Saluti di S. E. Mons. Lorenzo Loppa Vescovo della Diocesi di Anagni – Alatri

4 Agosto 2010

Grazie a Mons. Domenico Pompili per aver moderato questo dibattito. Un plauso all’Azione Cattolica diocesana nella persona della sua presidente la dott.ssa Sabrina Atturo, per questa bella iniziativa, utile e ricca di spunti e di riflessioni. Un saluto riconoscente all’assistente diocesano Don Giuseppe Ghirelli e a tutti i responsabili associativi.

Grazie ai relatori, a cominciare da Mons. Perego, per la prospettiva con cui ci ha aiutato a inquadrare il fenomeno dell’immigrazione, che è quella della carità illuminata dalla ragione e dalla fede. In tale ottica è da sottolineare un passaggio della “Caritas in Veritate” in cui il Santo Padre Benedetto XVI sintetizza le problematiche connesse al fenomeno delle migrazioni con queste parole: “(Una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale) va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi immigrati” (n. 62) .

Inoltre grazie al dottor Pittau per la sua vivacità e la sua verve.

Personalmente non mi scandalizzo delle difficoltà che emergono davanti al “diverso”, perché è vero che il battesimo ci ha tolto il peccato originale, ma non le conseguenze. E proprio una di queste è l’istinto di conservazione e quindi la paura difronte al “nuovo”, la paura di perdere qualcosa. E’ giusto l’impegno a superare i pregiudizi, perché i pregiudizi non solo mortificano le persone, ma le paralizzano e le uccidono prima della morte biologica. Ad esempio, stando ai vangeli sinottici, Gesù a Nazareth, nel suo Paese, è stato rifiutato proprio perché era conosciuto troppo.

Permettetemi, dato che ho citato la Bibbia, di rifarmi a quello che diceva Mons. Luigi Vari, che ringrazio. Sono sempre rimasto impressionato dal fatto che nella parabola del giudizio finale (riportata da Matteo al Cap. 25), che codifica quelle che sono state definite le opere di misericordia, non c’è mai la parola “amare”. Si decide tutto in termini di “fare” o “non fare” del bene al prossimo. Oltretutto, la presenza di Gesù Cristo nell’altro, secondo questo testo, non dipende dalla nostra coscienza e nemmeno dalle qualità morali dell’altro. Infatti si dice tra l’altro: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi….

In tutta la Sacra Scrittura c’è un leit motiv chiaro: Dio fa capire al Suo popolo che l’interesse e l’amore di cui ha beneficiato da parte Sua lo deve riversare sugli altri, specialmente sugli stranieri. Dio nella Sacra Scrittura è l’icona più alta della nostra responsabilità radicale nei riguardi degli altri. Ancora un’ultima immagine bella la ricavo dal Capitolo 9 della Genesi, che ci racconta dell’alleanza di Dio con Noè e quindi con tutti gli uomini. E l’arcobaleno è il segno di questa alleanza, con i suoi variegati colori. Sotto questo arcobaleno ci siamo proprio tutti.

In conclusione: qualcuno ritiene che l’immigrazione sia un’emergenza, altri una risorsa; sicuramente una componente strutturale del nostro continente europeo e della società italiana. Penso che sia giusto guardare anche a qualche altro paese europeo, per esempio la Germania, che non sarà un paese perfetto, ma che sicuramente ha un rapporto più positivo e diverso con gli immigrati.

Mi congratulo anche con gli altri interventi fatti. Sono vicino al Dottor Grazioli, ex Sindaco di Trevi nel Lazio, e lo ringrazio per la coerenza con cui si è dato da fare per accogliere alcuni rifugiati sugli Altipiani di Arcinazzo. Reputo sia stata una scelta per cui ha dovuto pagare un certo prezzo.

Per dare un’occhiata alla nostra Diocesi di Anagni-Alatri, faccio conoscere un’iniziativa bella e significativa per la quale abbiamo affidato la chiesa di S. Giovanni in Alatri alla Comunità Rumeno-Ortodossa, per la celebrazione dell’Eucaristia domenicale. Nel Comune di Alatri la Comunità Rumena-Ortodossa conta più di 1700 cittadini, che vengono accuditi da un ministro del culto ortodosso ogni settimana. Abbiamo affidato volentieri a questi nostri fratelli la chiesa di S. Giovanni per un’esigenza di carità e di giustizia.

Nei racconti della moltiplicazione dei pani proposti dai Vangeli, fa sempre capolino una prospettiva dimissionaria di cui sono depositari gli Apostoli e che Gesù non manca di correggere. “Mandali a casa, perché comprino il cibo” dicono gli amici di Gesù. Ed Egli risponde: “Date voi stessi loro da mangiare”. Gesù moltiplica i pani dividendo. Gesù non moltiplica il pane con la farina, ma con l’amore. Il “pane del miracolo” si rende presente quando il poco che abbiamo e il niente che siamo

Immigrazione tra verità e carità:Relazioni nuove tra uguaglianza e differenza

4 Agosto 2010

Convegno del 10 aprile 2010 “Ero forestiero e mi avete ospitato

Don Giancarlo Perego

Direttore generale Migrantes

1. Il mondo che cambia e è in movimento

Oggi il mondo non solo cambia, ma è in movimento. 1 miliardo di persone ogni anno lascia la propria casa e si sposta nel proprio Paese. 200 milioni di questi lasciano anche il proprio Paese e il proprio Continente. E’ il popolo in cammino oggi. E il mondo che cambia non è distante da noi, ma vicino. Il mondo si è avvicinato a noi con 4 milioni e 300 mila persone di 193 nazionalità diverse. In questo incontro cambiano diversi luoghi. C’è una famiglia che cambia e c’è una famiglia in movimento: 1 milione di ricongiungimenti familiari e 200.000 matrimoni misti e 400.000 coppie miste- 20.000 in più nell’ultimo anno-, 500.000 famiglie che ogni anno cambiano regione in Italia; c’è un mondo del lavoro che cambia e c’è un mondo del lavoro che è in movimento: lavoratori di 198 nazionalità diverse, 100.000 imprese immigrate, 30.000 imprese delocalizzate; c’è un mondo della scuola e della cultura che cambia ed è in movimento: 700.000 studenti di 186 nazionalità diverse, 2 milioni studenti universitari che nei prossimi anni avranno fatto un’esperienza di studio in Europa, centinaia di libri stranieri di oltre 140 nazionalità tradotti e pubblicati in Italia; cambia anche la religiosità italiana: i 4 milioni di immigrati pregano, hanno una ritualità e un approccio al sacro secondo la religione islamica, buddista, induista, animista e in molte forme cristiane. Di fronte a questo mondo che cambia e si muove insieme, l’antica distinzione tra sedentario e nomade svanisce, perché in questo mondo che cambia è cambiata l’appartenenza: non si appartiene più al paese, alla città, alla regione allo Stato, neanche all’Europa: la vera appartenenza è al mondo è globale.

2. La verità: oltre l’idea di immigrazione e emigrazione

La prima consapevolezza della mobilità è superare l’idea dell’emigrazione e dell’immigrazione, per approfondire l’idea di una nuova città globale, di una nuova cittadinanza globale. È un’idea che non schiaccia la città su meccanismi di protezione identitaria, ma apre la città sull’interpretazione della mobilità come componente che cambia la vita, le relazioni, l’amministrazione. Una prima conseguenza relazionale della mobilità è ritornare a mettere al centro la persona, la sua dignità prima che la sua appartenenza: questo significa la tutela dei diritti prima della tutela della residenza; la tutela della dignità della persona prima della conoscenza anche della sua identità. Nel mondo che si muove noi non possiamo fingere che ci siano degli ‘invisibili’, non possiamo fingere che ci siano dei ‘clandestini’, ma dobbiamo anzitutto riconoscere che ci sono persone nuove, non conosciute, con le quali anzitutto e prima di tutto costruire relazioni, andare incontro e non costruire il rifiuto, l’allontanamento, lo scontro. La vera sicurezza di una città è la relazione e la mediazione con le persone nuove che incrociamo, e la storia ci insegna questo.

3. La verità: una nuova cultura delle relazioni La mobilità e il cambiamento chiedono una nuova cultura, una cultura delle relazioni, dell’ascolto per imparare prima che per parlare, dell’incontro aperto alle sorprese delle persone, del dialogo che apre al confronto, della conoscenza che si apre all’amore. Solo così si salva l’identità, che è anzitutto mettere al centro la dignità propria e degli altri. L’identità piena non è indietro - anche se ovviamente siamo debitori del passato, del “già avvenuto” - ma in avanti, come frutto di una serie di incontri, esperienze, relazioni. Pretendere di preservare l’identità dalla contaminazione vuol dire contribuire a distruggerla, perché la si costringerebbe all’isolamento e quindi all’insignificanza e alla consunzione. Al tempo stesso, la nostra salvezza è sempre a noi estranea, “è alloggiata altrove” – direbbe Michel de Certeau. Non può alloggiare in noi: chiede la ricerca e l’incontro. Sul piano relazionale è possibile individuare alcune piste di lavoro culturale e pastorale:

1. L’attenzione alla dignità di ogni persona migrante

2. La tutela dei diritti fondamentali e l’accompagnamento ai doveri della persona migrante

3. La preferenza per i poveri e gli ultimi, tra i migranti: i rifugiati, i profughi, i malati, i minori, i disoccupati… 4. L’attenzione a non distinguere ‘noi’ e ‘gli altri’, il ‘dentro’ e il ‘fuori’

5. La ricerca dell’incontro, di una intelligente relazione, interrelazione

6. La cultura del dialogo

7. Il rispetto delle differenze, di lingue e culture diverse, a fondamento dell’unità

8. Riconoscere prima di regolare le persone migranti

9. Trovare il fratello nello straniero

10. Trovare Dio nello straniero

Di queste piste mi fermerò ad approfondirne la cultura dei diritti e del dialogo, in modo da non solo ‘immaginare una Chiesa’, ma anche ‘immaginare una città dell’uomo’. 4. La carità: una nuova cultura dei diritti Come coniugare questa cultura nuova? Attorno a dei temi-impegni-diritti che ripensano il trinomio illuminista: libertà, uguaglianza, fraternità per una nuova convivenza. Ripensare la democrazia non a partire dalle paure, ma a partire dal riconoscimento della “democrazia degli altri” (Amartya Sen) e dei diritti dei tutti, secondo la felice indicazione di Norberto Bobbio nella famosa opera ‘L’età dei diritti’.

a. Il tema della differenza non come minorità, ma come espressione della libertà, oggi allargata dal fenomeno della globalizzazione. Lo sviluppo oggi chiede come condizione la libertà che assume responsabilmente anche il ‘segno’ dell’immigrazione come diritto della persona di un mondo che fugge dalla guerra, dalla miseria, dalle emergenze ambientali, dall’inquinamento e dalla distruzione.

b. Il tema dell’uguaglianza ripensato non su categorie semplicemente giuridiche, ma legato all’umanesimo integrale: che valorizza ciascuno e tutti, tutte le persone e tutta la persona, perché non esiste un uguaglianza se non dentro una visione universalista dei diritti. Ogni particolarismo uccide l’uguaglianza, non tutela la dignità della persona, crea esclusione e genera conflittualità. Non è possibile oggi accettare non solo nella città, nel nostro Paese, ma nel mondo una differenza costruita sulla divisione tra ricchi e poveri, tra Paesi ricchi e Paesi poveri: non è possibile – come ricordava E. Gorrieri in un lucido saggio – accettare parti eguali tra diseguali, vite ineguali . Troppi diritti che nelle nostre culture liberali, marxiste e cattoliche dal 1848 ad oggi sono state affermati sul piano delle persone (donne, minori, malati…), dei mondi (lavoro, scuola, salute, famiglia…) e delle cose (reddito minimo, casa, voto…) oggi sono negati a chi si muove, è precario, è straniero. Facciamo solo alcuni esempi: il diritto alla giusta retribuzione : gli stranieri a parità di livello e prestazione percepiscono almeno il 30% in meno e le donne straniere raggiungono il 50% in meno di salario rispetto a una persona italiana; un bambino straniero perde mediamente un ano di scuola in Italia; 1 immigrato regolare su 3 ha il medico di base; la partecipazione al voto amministrativo è negato; la possibilità di un giovane immigrato di partecipare a bandi di servizio civile è negata; la cittadinanza dopo 10 anni è ritardata di almeno 2-3 anni; la protezione sociale delle vittime di tratta riguarda solo 1 persona su 3; il diritto d’asilo vede l’Italia come numero di tutele all’ultimo posto. “L’età dei diritti” che Norberto Bobbio indicava come caratteristica della nostra epoca è in realtà l’età dei diritti negati, ritorna ad essere l’età della discriminazione.

c.Il tema dell’alterità, rivisto dentro la fraternità, che non esclude conflitti, anche distanze (Caino e Abele, il fratello minore e maggiore della parabola del padre misericordioso e i miti di molte religioni lo ricordano), ma che si aprono a riconsiderare se stessi come altro, per considerare gli altri come se stessi (Ricoeur, Sé come un altro) , allargando – nello stile inaugurato da Francesco – la fraternità alle cose, al creato, al mondo: fratello sole, sorella luna, sorella acqua….

5. La carità del dialogo: unica risposta per costruire il domani

Dialogare non significa cedere al relativismo o perdere la propria identità. Anzi. Ci viene in aiuto la testimonianza di Pierre Claviere, domenicano ucciso in un attentato in Algeria, in ambiente islamico, dieci anni fa, ci aiutano a focalizzare questo compito decisivo per gruppi e minoranze attive: “Ci siamo trovati a realizzare con mezzi poveri luoghi d’incontro e piattaforme per conoscersi e comprendersi meglio, con le nostre differenze e la pesante eredità dei nostri conflitti passati e presenti. Oggi non c’è nulla di più necessario e di più urgente che creare questi luoghi umani, in cui s’impara a guardarsi in faccia, ad accettarsi, a collaborare e a mettere in comune le eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno. La parola d’ordine della mia fede oggi è perciò dialogo. Non per tattica o per opportunismo, ma perché il dialogo è alla base del rapporto tra Dio e gli uomini e tra gli uomini stessi”. Il dialogo nasce dall’interesse (l’I care di don Milani), dalla passione, dalla condivisione, dalla compassione. Il dialogo, che valorizza le esperienze umane, cristiane e religiose diverse, con quattro attenzioni forti: a) Il dialogo della vita, che si ha quando le persone si sforzano di vivere con lo spirito aperto e pronte a farsi prossimo, condividendo le loro gioie e le loro pene, i loro problemi e le loro preoccupazioni umani. b) Il dialogo dell’azione, nel quale i cristiani e gli altri credenti collaborano per lo sviluppo integrale e per la liberazione del loro prossimo. c) Il dialogo dello scambio teologico, nel quale gli specialisti cercano di approfondire la propria comprensione delle loro rispettive eredità spirituali, e di apprezzare, ciascuno i valori spirituali dell’altro. d) Il dialogo dell’esperienza religiosa, nel quale le persone, radicate nelle loro tradizioni religiose condividono le loro ricchezze spirituali, per esempio nel campo della preghiera e della contemplazione, della fede e dei modi di ricercare Dio o l’Assoluto .

6. La carità politica: una nuova città, una nuova politica con al centro le relazioni e i diritti Nella costruzione della città e della cittadinanza oggi siamo chiamati a evitare alcuni rischi e a promuovere nuove prassi che mettano al centro le relazioni e i diritti delle parsone.

a. Contro i rischi di un nuovo protezionismo e corporativismo, anche nelle politiche sociali (forti e deboli) siamo chiamati a riaffermare l’universalismo di alcuni diritti, con una forte attenzione alla relazione d’aiuto e all’accompagnamento.

b. Occorre andare oltre l’impronta, per costruire invece una nuova relazione diffusa, con un’attenzione preferenziale ai più deboli, con un orecchio alle “attese della povera gente”: di chi arriva e rimane ai margini della città; di chi è espulso dalla città, di chi è solo tra le case, di chi abbandona la scuola, di chi ha paura – sia in senso fisico che psichico; di chi non ha famiglia, di chi perde il lavoro, ho coniuga con il lavoro tempi di attesa, di chi lavora irregolarmente ed è schiavo di nuovi meccanismi di caporalato o d’impresa o d’agenzia… Non è sufficiente identificare, conoscere, occorre incontrare e accompagnare per costruire una relazione costruttiva e risolutiva (in termini di promozione, libertà, protezione…). Solo l’incontro aiuta a costruire relazioni che vincono la paura, aprono al confronto, invitano al dialogo.

c. Questa stagione forte di relazioni in un mondo mobile e in cambiamento chiede una nuova cura: che accompagna e non si limita alle prestazioni; che non abbandona; che ricerca e non ripetitiva; che coinvolge e non separa, che ha riferimenti precisi e quotidiani sul territorio, che valorizza la rete degli incontri, dei legami e non solo dei servizi, dentro una nuova programmazione sociale, sanitaria fortemente integrata e pianificata che evita di costruire nuovi ‘luoghi di cura’ separati, ma abitua tutta la città ad essere un luogo familiare, relazionale, promozionale. In questo senso forse va il piano regolatore urbanistico di una città va ripensato sul piano regolatore sociale. Nel 1987 l’architetto Giovanni Michelucci, in occasione di un convegno a Firenze su “La sfida delle città” inviava una lettera a P. Balducci dove, tra l’altro proponeva una “sfida alle città”. “Una sfida – scriveva – che proviene da due condizioni di vita che sono ai margini della attuale condizione urbana: la città carcere e la città tenda. E continuava: “Cosa rappresentano queste due entità nell’ambito del territorio in cui sono ospitate e mal sopportate, se non un’accusa di una inadeguatezza dei modelli di vita delle città attuali di contrapporre una cultura di pace rispetto all’equilibrio di morte di poteri militari contrapposti? La città carcere e la città tenda non sono solo dei luoghi identificabili nello spazio, sono due metafore che stanno ad indicare tutto ciò che nella città esiste come edificio, talvolta perfino di pregevole fattura , senza per questo avere con la città alcun rapporto attivo, rappresentando anzi la negazione della città. E concludeva il noto architetto: “la sfida che propongo alla città attuale è dunque la sfida di saper accogliere al suo interno i diversi di ogni tipo, non per dovere di ospitalità, ma come speranza progettuale… Il modello di una società civile che accetta dentro di sé il diverso, come ipotesi positiva di cambiamento rappresenta di fatto una cultura superiore rispetto agli equilibri militari che ci sovrastano. La società del sospetto, dell’isolamento con cui sono regolate le nostre città rappresentano purtroppo un’agghiaciante analogia a quegli equilibri” .

d. I nuovi legami da costruire non sono solo individuali, ma anche istituzionali, associativi. E’ la scelta della gratuità che ha costruito il mondo magnifico del volontariato italiano, a partire dai meravigliosi anni ’70. In questo senso vanno valorizzati il volontariato, la cooperazione sociale e internazionale, anzitutto come strumenti educativi alla città responsabile e alla cittadinanza globale e solo in secondo luogo come strumenti di servizi.

e. Una città aperta al mondo oggi non può non riconoscere una cittadinanza diffusa e non esclusiva, che si manifesta attraverso nuovi strumenti di partecipazione inclusivi di chi vive sul territorio e come persona è soggetto di tutti i diritti umani e costituzionali. Occorre forse ripensare in questo senso anche il diritto di voto non come strumento di garanzia di un potere da parte di una classe, di una parte di mondo, ma come strumento di esercizio di cittadinanza attiva.

f. La città di oggi è necessariamente glocale, è chiamata a una relazione nuova con il mondo: La Pira, Balducci, Gozzini ieri invitavano Firenze e le città europee a lavorare per la pace e per i poveri; oggi forse inviterebbe a lavorare per la giustizia e la tutela dei diritti di tutti, insegnando soprattutto ancora una volta a una “santità ospitale”: “L’universalismo della Chiesa - ha scritto il teologo gesuita Theobald -deve incessantemente lasciarsi convertire dal Vangelo, che fa passare le nostre grandi visioni universalistiche attraverso quelle esperienze di santità che sorgono sempre all’improvviso nelle numerose situazioni in cui è in gioco la vita dell’altro, senza mai poter essere afferrate o radunate in una visione d’insieme” . Oggi ritorna ad avere importanza il Comune, come luogo che si abita, come forum, luogo di confronto, centro di relazioni, come rete di servizi, come casa per chi non ha casa, come scuola di cittadinanza: occorre evitare di burocratizzare i luoghi che invece sono i luoghi della nuova familiarità e fraternità, della cittadinanza attiva, della legalità. Occorre evitare che le istituzioni più che creare cultura, opinione pubblica siano schiave di un’ opinione falsata, interessata, esclusiva, oppressiva, discriminatoria, estranea che nega la libertà, l’uguaglianza e la fraternità per non perdere potere, fingendo di andare incontro alle esigenze della gente. Concludo con un passaggio di La Pira, ricordato da P. Giuntella – il grande giornalista televisivo da poco scomparso e che fu uno degli ‘angeli del fango’ durante l’alluvione di Firenze del 1966 - nel profilo su La Pira intitolato: “L’ultimo realista: i sentieri del professore”: C’è oggi davvero un deserto da abbandonare; una terra promessa da raggiungere; un Giordano da attraversare; un risveglio da compiere; un movimento di popoli – in questo senso – da attuare. C’è un capitolo nuovo – in certo senso finale – della teologia della storia che deve essere scritto dai popoli della storia nuova del mondo… passare dall’inverno della storia (la guerra) alla primavera della storia (la pace) . E’ un invito a non leggere la sicurezza in forme, progetti, azioni di difesa e di offesa, in un ritorno alla conflittualità, ma a leggere la sicurezza dentro gesti, progetti, azioni di accoglienza e di relazione d’aiuto, di promozione e di sviluppo integrale della persona e dei popoli che incontriamo in città. E’ questa, ancora , “la nostra vocazione sociale”.

Oggi ritorna ad avere importanza il Comune, come luogo che si abita, come forum, luogo di confronto, centro di relazioni, come rete di servizi, come casa per chi non ha casa, come scuola di cittadinanza: occorre evitare di burocratizzare i luoghi che invece sono i luoghi della nuova familiarità e fraternità, della cittadinanza attiva, della legalità. Occorre evitare che le istituzioni più che creare cultura, opinione pubblica siano schiave di un’opinione falsata, interessata, esclusiva, oppressiva, discriminatoria, estranea che nega la libertà, l’uguaglianza e la fraternità per non perdere potere, fingendo di andare incontro alle esigenze della gente.

Conclusione: non cedere alla paura, una tentazione del nostro tempo La sfida più urgente della nostra civiltà è imparare a convivere come diversi condividendo lo stesso territorio geografico e sociale; imparare a convivere senza distruggerci, senza ghettizzarci, senza disprezzarci, o guardarci in cagnesco e neanche senza solo tollerarci. La debolezza culturale più rischiosa è cedere alle paure. Lo ricordava molto bene don Luigi di Liegro, il sacerdote direttore della Caritas di Roma, in una pagina tra le sue ultime: “Non lasciamoci ispirare dalla paura. I migranti non sono un pericolo, ma degli uomini con la nostra stessa dignità. Esigiamo senz’altro il rispetto delle nostre regole di convivenza, ma allo stesso tempo superiamo il rischio di contrapposizione, accettiamone la diversità, rispettiamone la cultura e la religione, accogliamo quelli della nostra stessa fede, favoriamone l’associazionismo, valorizziamone l’apporto, prendiamo per primi l’iniziativa del dialogo, costruiamo insieme la città dell’uomo in un contesto europeo più aperto a tutti i popoli. Solo così le migrazioni potranno diventare per tutti un’occasione di crescita” .

Saluti di don Giuseppe Ghirelli

4 Agosto 2010

Convegno del 10 aprile 2010

“Ero forestiero e mi avete ospitato”

Carissimi,

purtroppo non riesco ad essere presente al vostro incontro , proprio questa sera a Carpineto Romano, per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Leone XIII, c’è un incontro sulle encicliche mariane di Leone XIII .

Un saluto a tutti i presenti e in particolare al nostro vescovo Mons. Lorenzo Loppa, saluto poi i relatori Don Luigi vari, Mons. Giancarlo Perego e il Dottor Frano Pittau. Un caro saluto a Don Domenico Pompili.

L’incontro di questa sera è stato fortemente voluto dall’Azione Cattolica Diocesana per ridire ancora una volta che il vangelo deve farsi vita vissuta nelle situazioni concrete della vita quotidiana. L’attenzione al territorio e alle problematiche delle realtà parrocchiali fanno parte , da sempre, del DNA dell’Azione Cattolica .

Vi trovate nella Sala Leone XIII sotto lo sguardo vivo ed attento di questo rande Papa , che ha voluto erigere, con la bolla di fondazione del 22 agosto 1897 , alle porte della Città dei Papi, il Collegio Leoniano ed è da tutti ricordato , con la sua famosa enciclica Rerum novarum ( 1891) come il Papa della questione sociale. Leggendo i suoi numerosi scritti, ci accorgiamo che non ha affrontato soltanto i problemi del mondo operario, ma si è contraddistinto per i suoi interventi in molteplici campi della vita sociale, ecclesiale e pastorale . Andando a leggere le sue encicliche, ci rendiamo conto, al di là del linguaggio usato e del contesto storico in cui si è svolto il suo pontificato, che è stato veramente il Papa delle cose nuove , aprendo la Chiesa al dialogo con il mondo e anticipando tanti temi ecclesiologici che, dopo il Concilio Vaticano II, diverranno patrimonio diffuso della vita della Chiesa. Nel suo lungo pontificato , in un periodo di grandi cambiamenti Leone XIII ha chiesto alla Chiesa e a tutti i suoi membri di lasciarsi orientare dalla carità per vivere nella storia alla luce della Verità che viene da Dio, di guardare con attenzione al mondo e alle persone che lo abitano senza mai dimenticare di lasciarsi guidare dalla Verità che Dio ha affidato alla Sua Chiesa .

Chiave di lettura del magistero di Leone XIII può essere la visione antropologica della persona umana, questione oggi di fondamentale importanza per capire e decifrare i profondi mutamenti avvenuti in questi ultimi decenni nella società. Il papa Benedetto XVI sta ricordando sempre più frequentemente che oggi al centro della riflessione è necessario porre la questione antropologica, perché soltanto da una corretta ed adeguata “ ecologia umana” potrà discendere l’analisi e la soluzione dei tanti problemi che vive la nostra società. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che l’ elemento cardine e il principio essenziale del cristianesimo rimane sempre il rispetto dell’uomo e della sua dignità e il principio evangelico che in ogni uomo è riconoscibile Cristo, solo a partire da questa verità potrà dipanarsi il cammino dell’umanità e della Chiesa in questi tempi di profondi e rapidi cambiamenti sociali, culturali e religiosi.

Nei lunghi anni, 25, del suo pontificato , fine 800 inizi 900, era molto forte l’emigrazione degli italiani in America e Leone XIII ha scritto un’enciclica ( Quam Aerumnosa,10 dicembre 1888) , sul tema che oggi affrontate nel vostro incontro.

Vi faccio avere copia di questa enciclica per un ulteriore arricchimento su una tematica di così grande interesse sociale.

Così si esprime il Papa descrivendo la situazione in cui venivano a trovarsi tanti emigranti : “ È deplorevole che tanti miseri cittadini italiani, costretti dalla povertà a mutar patria, incorrano spesso in angustie più gravi di quelle cui vollero sfuggire. E spesso alle fatiche di vario genere in cui si logora la vita del corpo, si aggiunge la rovina delle anime, assai più funesta. La stessa prima traversata degli emigranti è piena di pericoli e di sofferenze; molti infatti s’imbattono in uomini avidi, di cui diventano quasi schiavi e, stivati come mandrie nelle navi, e trattati in modo disumano, sono lentamente spinti alla degradazione della loro stessa natura. Quando poi approdano nei porti previsti, ignari della lingua e dell’ambiente, vengono addetti al lavoro quotidiano e si trovano esposti alle insidie degli speculatori e dei potenti a cui si erano sottomessi “.

Sono parole che a distanza di un secolo possiamo ancora fare nostre.

Auguro a tutti un ascolto attento di quanto vi verrà detto dai relatori per maturare come laici cristiani e ancor più come associazione di azione cattolica la capacità di guardare alla questione dell’immigrazione con il cuore e la mente aperti alla carità e alla verità .

In attesa di incontrarci e con il desiderio di vedervi tutti a Carpineto Romano il 5 settembre prossimo , per la visita del Papa Benedetto XVI a Carpineto Romano vi auguro buon convegno

L’assistente diocesano don Giuseppe Ghirelli

Saluti di apertura al convegno diocesano sull’immigrazione -10 aprile 2010

4 Agosto 2010

Cari amici,

a tutti voi il saluto caloroso e affettuoso dell’ Azione Cattolica diocesana e di tutti gli uffici pastorali con i quali abbiamo strettamente collaborato per permettere la realizzazione di questo convegno, in particolare l’Ufficio diocesano per la Pastorale Sociale e del Lavoro, il Progetto Culturale e la Caritas diocesana.

Un saluto speciale anche dal nostro assistente diocesano di Azione Cattolica, don Giuseppe Ghirelli che non può essere con noi perché impegnato a Carpineto in un incontro su Leone XIII.

Perché la proposta di questo convegno?
Come realtà pastorali della diocesi di Anagni – Alatri, realtà pastorali attive tra piazze e campanili come il Manifesto dell’Azione Cattolica ci ricorda, vogliamo contribuire nel nostro piccolo a tutto quel profetico movimento che da Nord a Sud investe la nostra società, le nostre comunità in vista della Settimana Sociale dei Cattolici che si terrà ad ottobre a Reggio Calabria.

La nostra diocesi non può essere esente da tutto questo movimento, da tutto questo fervore…certo, abbiamo dovuto operare una scelta sul tema, sarebbe bello affrontare tutte le realtà della Dottrina Sociale della Chiesa ma non realizzabile e quindi abbiamo ritenuto opportuno confrontarci stasera su tema specifico, l’immigrazione, un tema che riveste sempre maggiore rilevanza nella nostra vita e nelle nostre comunità, che spesso divide le stesse comunità cristiane.

Tale convegno stasera, vuole allora rappresentare un momento di formazione e di confronto tra operatori pastorali, associati e simpatizzanti, rappresentanti del mondo politico e sociale, un momento di sano protagonismo.

Permettetemi di esprimere un indirizzo di ringraziamento ai relatori che ci aiuteranno ad affrontare il tema di questo incontro a partire dall’ambito del loro impegno pastorale e professionale. Grazie di cuore, dunque, a Mons Luigi Vari, a Mons. Giancarlo Perego, direttore generale di Migrantes, al dottor Franco Pittau, direttore del dossier immigrazione, e a Mons. Domenico Pompili, sottosegretario della CEI, amico e grande sostenitore dei momenti di formazione della nostra diocesi. Un ringraziamento speciale a S.E. Mons. Loppa, nostro carissimo Vescovo: la sua presenza e il suo sostegno all’iniziativa dicono della vicinanza e della corresponsabilità che viviamo con la nostra Chiesa diocesana.

Ringrazio, poi il Pontificio Istituto Leoniano per averci concesso questa sala, grazie a tutte le autorità presenti e a quanti hanno lavorato per la realizzazione di questo convegno, una presenza che da corpo e visibilità alla grande e bella realtà diocesana.

Non mi resta che dire grazie a tutti voi che siete intervenuti accogliendo l’invito perché la vostra presenza dice il vostro protagonismo in questo tempo, in questa storia, la vostra presenza stasera dice di una cristianità, la vostra, non delegata ad altri ma vissuta in prima persona, tempo investito per osservare, conoscere, capire, discernere, decidere, scegliere…cristiani che vogliamo scoprire, abitare e servire senza deleghe il territorio nel quale vivono perché è in questo tempo e in questo luogo che siamo tutti chiamati ad essere santi ed a farlo insieme.

Sabrina Atturo
Presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Anagni - Alatri

Accogliere la diversità - don Francesco Fiorillo

4 Agosto 2010

Convegno del 10 aprile 2010
“Ero forestiero e mi avete ospitato”

• Il dono della diversità.
Nell’ultima lezione che ho seguito sulla Teologia del Vangelo di Marco il professore si è comportato in un modo molto strano. Come per tutti gli insegnanti anche lui credo che abbia dei problemi con il tempo e la mole immensa del programma da svolgere, eppure ha dedicato quasi un’ora intera a spiegare le posizioni di alcuni studiosi che lui non condivideva, posizioni oggi decisamente superate dalla maggioranza degli studiosi. Le ha spiegate accuratamente, senza fretta, direi con delicatezza, scrivendo i loro nomi e le date alla lavagna. Ognuna di queste posizioni era superata dalla successiva, ma qualcosa della precedente rimaneva nella nuova. Mi è piaciuto molto questo parlare e lo confronto con il mio modo di cercare sempre una sola parola, quella vera e definitiva.

  • Penso anche a quel libro, patrimonio dell’umanità, ma aperto solo da alcuni, il Talmud. Nel mezzo della pagina ci sono alcune parole e tutt’intorno le spiegazioni di tanti maestri che mai concordano fra loro. Ognuna però è conservata accanto all’altra. Come se oggi intorno ad un evento si conservassero con cura e affetto i pensieri di Bossi, Berlusconi, Bertinotti, Dalai Lama, Bush… ammettendo che siano tutti maestri. Un libro veramente strano, un sogno.

  • Ma forse anche la Bibbia è questo tipo di sogno. Ci sono così tante diversità da far paura: come si fa a mettere insieme il Libro dell’Esodo con il Libro del Qohèlet? Uno pieno di speranza e l’altro di cinismo. Mi chiedo spesso anche come avranno fatto a decidere che i Vangeli sacri erano “quattro non uno di più e non uno di meno”; chissà quante discussioni! Sono così diversi che sembrano parlare di Gesù diversi. Gesù aveva una doppia natura, non una quadruplice personalità! Se avessimo dovuto decidere oggi certamente ne avremmo scelto uno solo.

  • La stessa dinamica succede nella musica: come è bello, ad esempio, quando nella Bohème di Puccini Rodolfo e Mimì si parlano d’amore e di morte piangendo mentre Marcello e Musetta litigano per gelosia, la contemporaneità delle voci è straordinaria.

  • E la natura intorno a noi? I boschi con la varietà dei colori dell’autunno?
    Quasi che la natura volesse darci una scorta di bellezza per sopportare la nudità.
    Tutto della vita intorno a noi ci parla della diversità, della varietà. Non c’è vita senza diversità, senza contrasto. Anche quando lo spermatozoo è entrato nell’ovulo per diventare uomo deve cominciare a dividersi e a dividersi ancora tante volte. Ovunque ci si giri la vita ha bisogno di diversità. Fu così anche secondo la Bibbia quando Dio per creare la vita separò le acque di sopra da quelle di sotto, la terra dal mare… Fino a che tutto era Uno non c’era posto per la vita, non c’era posto per l’uomo. A noi uomini Dio ha affidato il compito di portare avanti l’opera della creazione, ma invece di salvaguardare la diversità abbiamo la tendenza di riportare tutto a uno. Ci fu un momento in cui “Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole”, fermarono il cammino e costruirono una Torre, simbolo di forza e di potenza. Una prigione e un’immobilità da cui Dio ci liberò con il dono della diversità delle lingue. Il problema delle diversità è che assomigliano molto ai contrasti più che all’armonia. E i contrasti noi cerchiamo sempre di superarli, è inevitabile.

  • Ma c’è stato il giorno della Pentecoste: gli apostoli per le strade di Gerusalemme non parlavano un’unica lingua che tutti potevano comprendere, parlavano la propria lingua, ma i rappresentanti dei popoli di tutta la terra li comprendevano “ognuno nella propria lingua”.
    C’è quindi un’alternativa all’uniformità o ai contrasti, se si parla la propria lingua gli altri possono capirci nella loro. Parlare la propria lingua: essere se stessi, non la bella o brutta copia di altri, essere se stessi. La diversità, potremmo dire, non ci chiede di essere migliori, di cambiare, ma di essere se stessi. Per questo Dio alla Torre di Babele ci ha fatto il dono delle lingue diverse, della diversità, per imparare ad essere noi stessi, per tornare ad esserlo. Siamo così sicuri che meriti diventare se stessi e non qualcosa di meglio? Un problema antico, anche Adamo ed Eva ci pensarono e decisero di non essere se stessi, ma di diventare qualcosa di meglio. Da allora non abbiamo mai smesso di mangiare il frutto proibito, di prendere strade sbagliate. Ma non ce la faremo, Dio ci vuole troppo bene, manterrà le diversità e queste diversità continueranno a farci del male fino a che non impareremo ad essere noi stessi, a riconoscere i nostri bisogni, i nostri desideri e gli altri intorno a noi.

Due icone bibliche: Abramo e i Magi.

Abramo

Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. 2 Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3 dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. 4 Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5 Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». 6 Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce». 7 All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8 Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.9 Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». 10 Il Signore riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. 11 Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. 12 Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». 13 Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? 14 C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio». 15 Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma quegli disse: «Sì, hai proprio riso».

Abramo accoglie tre ospiti nella sua tenda, lava loro i piedi, offre cibo e ristoro, e ci indica le due condizioni che muovono in noi l’accogliere la diversità.

1. La prima condizione è che uno accoglie l’altro senza neppure conoscere il suo nome e la sua storia; per questo accogliere è un rischio, puoi trovare un bandito o un angelo. L’accoglienza ci chiede di aprire gli occhi a modi di essere che non sono i nostri, fioriti sotto altri soli, bagnati da acque diverse, ma che sono altrettanto rifrazioni dell’unico Essere in cui affondano le radici di ogni uomo.

2. La seconda condizione è che Abramo vive in una tenda e per questo anche lui si sente forestiero in questa terra. Rotta l’armonia con Dio e tra le persone, il rapporto con la terra sarà un rapporto di dominio, un rapporto guidato dalla logica del possesso e della difesa l’uno dall’altro.

Coraggio i magi

“È la casa di mio Padre, ma freddi stanno gli oggetti l’uno accanto all’altro, come se ciascuno badasse ai fatti suoi che in parte ho dimenticati, in parte mai conosciuti. Quanto più si indugia fuori dalla porta, tanto più si diventa estranei” . Queste parole di Kafka mi ricordano quello che anch’io provavo tornando a casa dopo il primo anno passato in seminario; per la prima volta compresi che la nostalgia non nasce solo come rimpianto di una terra perduta, ma anche quando sperimentiamo in noi una diversità.

Il minimo di felicità per ogni persona nasce dal sentirsi a casa da qualche parte, quando trova un luogo dove gli oggetti sono caldi, la porta è aperta e il focolare acceso.


Oggi sono ormai successe troppe cose che non dovevano succedere e quel che doveva arrivare non è arrivato. In tutti noi, i segni della debolezza umana, la vigliaccheria, la diffidenza e la paura dettata dal “buon senso”. Ci lamentiamo di tutto quello che cambia e abbiamo paura di capire quello di cui il vento parla.

Lo straniero viene presentato come un “nemico” che invade i nostri paesi del benessere, come qualcuno che disturba l’ordine sociale, che crea dei problemi senza soluzioni. Un clima di paura, di insicurezza si diffonde nelle nostre città e purtroppo non solo nei paesi sviluppati, ma anche in quelli poveri. L’altro vale tanto quanto serve. Infatti si rifiuta la sua presenza quando costituisce un rischio o un impedimento alla propria. Non si uccide solo con la spada, ma anche affermando che il senso del vivere altrui è funzionale al proprio vivere. Accogliere l’altro a livello funzionale non vuol dire necessariamente che in tutti i momenti si cerchi di usarlo in vista dei propri scopi. Vuol dire però che lo si accoglie o lo si rifiuta a determinate condizioni, cioè in base al suo piegarsi o non piegarsi ad esse. Un’amica, Nelya, per altri “straniera”, per me “in cammino” verso l’unico monte della vita, mi dice: “Sì, sono straniera e non sono povera, come pensano tante persone. Sì, sono venuta in Italia per denaro però ho trovato di più e mi sento come una ricchissima persona del mondo… Questo periodo di prova mette in gioco in me pazienza e coraggio”.

Sì, sono proprio la pazienza e il coraggio che noi non abbiamo più, il regalo che Nelya e gli altri portano come nuovi Magi al nostro pezzo di mondo. L’immigrato è ansioso di non essere più considerato come uno straniero, sa che questo bisogno cessa quando diventa se stesso e non più un modello sospetto. Lo straniero paga il prezzo alla sua e alla nostra estraneità cercando di essere se stesso in qualunque luogo, diventando così portavoce della solidarietà umana.
Ogni tempo di crisi e quindi di passaggio esprime il peggio di sé, di razzismo e di egoismo, di violenza e di paure. Ma anche se le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, dobbiamo scrutare l’orizzonte, fiutare l’aria e gettare il seme. Il sogno di futuro è tutto dentro la realtà, occasione non prevista dai programmi. Torniamo al sogno di Dio e ai sogni profondi del cuore umano, tornino le campane delle Chiese a lanciare colombe, ogni schiavitù sia liberata e ognuno sia sciolto dal vento in cenacoli di carezze delicate.

La chiesa: è chiara la posizione della chiesa sull’ immigrazione. Forse meno chiara è la posizione dei cristiani.

Pane e coraggio ( Ivano Fossati)

Proprio sul filo della frontiera
il commissario ci fa fermare
su quella barca troppo piena
non ci potrà più rimandare
su quella barca troppo piena
non ci possiamo ritornare.
E sì che l’Italia sembrava un sogno
steso per lungo ad asciugare
sembrava una donna fin troppo bella
che stesse lì per farsi amare
sembrava a tutti fin troppo bello
che stesse lì a farsi toccare.
E noi cambiavamo molto in fretta
il nostro sogno in illusione
incoraggiati dalla bellezza
vista per televisione
disorientati dalla miseria
e da un po’ di televisione.

Pane e coraggio ci vogliono ancora
che questo mondo non è cambiato
pane e coraggio ci vogliono ancora
sembra che il tempo non sia passato
pane e coraggio commissario
che c’hai il cappello per comandare
pane e fortuna moglie mia
che reggi l’ombrello per riparare.
Per riparare questi figli
dalle ondate del buio mare
e le figlie dagli sguardi
che dovranno sopportare
e le figlie dagli oltraggi
che dovranno sopportare.
Nina ci vogliono scarpe buone
e gambe belle Lucia
Nina ci vogliono scarpe buone
pane e fortuna e così sia
ma soprattutto ci vuole coraggio
a trascinare le nostre suole
da una terra che ci odia
ad un’altra che non ci vuole.
Proprio sul filo della frontiera
commissario ci fai fermare
ma su quella barca troppo piena
non ci potrai più rimandare
su quella barca troppo piena
non ci potremo mai più ritornare.

IncontrAci - Festa diocesana della Famiglia AC

1 Giugno 2010

2 GIUGNO 2010 - ANAGNI

Ore 9,30 arrivi a Piazza Innocenzo III

Ore 10,15 inizio attività:

· ACR – caccia al tesoro per la piazze di Anagni

· Giovanissimi – attività di coinvolgimento “in piazza”

· Giovani e Adulti – incontro teologico/artistico/culturale con don Lorenzo Cappelletti sulla cripta presso l’ Auditorium di Anagni, seguiranno visite guidate (divisi in gruppi) presso la Cripta (cattedrale) e presso Palazzo Bonifacio VIII

Ore 11,30

Ore 14,30

Gruppo A - Diana

Palazzo Bonifacio VIII

Cripta

Gruppo B – Alfonso

Cripta

Palazzo Bonifacio VIII

Ore 13 pranzo a sacco, tutti insieme, in piazza Innocenzo III

Ore 14.30 concerto della “Bulli e Pupi Music Band” di Fumone con animazione in piazza

Ore 16.30 in cattedrale per preparazione liturgica

Ore 17 Santa Messa

Due attenzioni:

  • È la festa della famiglia dell’Azione Cattolica, cioè di tutti i gruppi e di tutti i tesserati Ac (famiglia in questo senso e non famiglia naturale!), sono poi invitati anche i genitori dei bambini con un momento di condivisione e ulteriore segno di appartenenza….
  • Ogni paese è invitato a portare qualcosa di tipico da condividere durante il pranzo, i gruppi che hanno all’interno un ragazzo, giovane, adulti immigrato sono invitati a cucinare con lui qualcosa di tipico del paese estero.

Esercizi spirituali 2010

30 Gennaio 2010
esercizi 2010

esercizi 2010

testi per Quaresima 2010

30 Gennaio 2010

Festa della Famiglia di Azione Cattolica

30 Maggio 2009


Ciao,

ecco il link dove trovate la locandina e i volantini di invito per la Festa della Famiglia di AC dl 2 giugno:

http://www.ac-anagnialatri.it/agenda.htm

Quest'anno si terrà a Carpineto, vi aspettiamo numerosi e vi chiediamo gentilmente di diffondere il più possibile l'invito.

A presto!  :-) 

Covegno Nazionale presidenze AC

11 Maggio 2009
8-5-09, la celebrazione iniziale

8-5-09, la celebrazione inizialeCristo, abside Basilica san Paolo fuori le mura, veglia di preghiera, 9-5-09la tomba di San Paolo, veglia 9-5-09Anna, don Dino Pirri (assistente Nazionale Acr), Sabrina, Diana, Mirko Campoli (responsabile nazionale ACR)don Dino Pirri, Rosanna, Sabrina Atturo, Diana De Angelis, Mirko CampoliSabrina Atturo, don Vito Piccinonna (assistente nazionale giovani), Diana De AngelisSabrina Attutro e Diana de Angelis con il presidente nazionale Franco Miano