Convegno del 10 aprile 2010 “Ero forestiero e mi avete ospitato”
Don Giancarlo Perego
Direttore generale Migrantes
1. Il mondo che cambia e è in movimento
Oggi il mondo non solo cambia, ma è in movimento. 1 miliardo di persone ogni anno lascia la propria casa e si sposta nel proprio Paese. 200 milioni di questi lasciano anche il proprio Paese e il proprio Continente. E’ il popolo in cammino oggi. E il mondo che cambia non è distante da noi, ma vicino. Il mondo si è avvicinato a noi con 4 milioni e 300 mila persone di 193 nazionalità diverse. In questo incontro cambiano diversi luoghi. C’è una famiglia che cambia e c’è una famiglia in movimento: 1 milione di ricongiungimenti familiari e 200.000 matrimoni misti e 400.000 coppie miste- 20.000 in più nell’ultimo anno-, 500.000 famiglie che ogni anno cambiano regione in Italia; c’è un mondo del lavoro che cambia e c’è un mondo del lavoro che è in movimento: lavoratori di 198 nazionalità diverse, 100.000 imprese immigrate, 30.000 imprese delocalizzate; c’è un mondo della scuola e della cultura che cambia ed è in movimento: 700.000 studenti di 186 nazionalità diverse, 2 milioni studenti universitari che nei prossimi anni avranno fatto un’esperienza di studio in Europa, centinaia di libri stranieri di oltre 140 nazionalità tradotti e pubblicati in Italia; cambia anche la religiosità italiana: i 4 milioni di immigrati pregano, hanno una ritualità e un approccio al sacro secondo la religione islamica, buddista, induista, animista e in molte forme cristiane. Di fronte a questo mondo che cambia e si muove insieme, l’antica distinzione tra sedentario e nomade svanisce, perché in questo mondo che cambia è cambiata l’appartenenza: non si appartiene più al paese, alla città, alla regione allo Stato, neanche all’Europa: la vera appartenenza è al mondo è globale.
2. La verità: oltre l’idea di immigrazione e emigrazione
La prima consapevolezza della mobilità è superare l’idea dell’emigrazione e dell’immigrazione, per approfondire l’idea di una nuova città globale, di una nuova cittadinanza globale. È un’idea che non schiaccia la città su meccanismi di protezione identitaria, ma apre la città sull’interpretazione della mobilità come componente che cambia la vita, le relazioni, l’amministrazione. Una prima conseguenza relazionale della mobilità è ritornare a mettere al centro la persona, la sua dignità prima che la sua appartenenza: questo significa la tutela dei diritti prima della tutela della residenza; la tutela della dignità della persona prima della conoscenza anche della sua identità. Nel mondo che si muove noi non possiamo fingere che ci siano degli ‘invisibili’, non possiamo fingere che ci siano dei ‘clandestini’, ma dobbiamo anzitutto riconoscere che ci sono persone nuove, non conosciute, con le quali anzitutto e prima di tutto costruire relazioni, andare incontro e non costruire il rifiuto, l’allontanamento, lo scontro. La vera sicurezza di una città è la relazione e la mediazione con le persone nuove che incrociamo, e la storia ci insegna questo.
3. La verità: una nuova cultura delle relazioni La mobilità e il cambiamento chiedono una nuova cultura, una cultura delle relazioni, dell’ascolto per imparare prima che per parlare, dell’incontro aperto alle sorprese delle persone, del dialogo che apre al confronto, della conoscenza che si apre all’amore. Solo così si salva l’identità, che è anzitutto mettere al centro la dignità propria e degli altri. L’identità piena non è indietro - anche se ovviamente siamo debitori del passato, del “già avvenuto” - ma in avanti, come frutto di una serie di incontri, esperienze, relazioni. Pretendere di preservare l’identità dalla contaminazione vuol dire contribuire a distruggerla, perché la si costringerebbe all’isolamento e quindi all’insignificanza e alla consunzione. Al tempo stesso, la nostra salvezza è sempre a noi estranea, “è alloggiata altrove” – direbbe Michel de Certeau. Non può alloggiare in noi: chiede la ricerca e l’incontro. Sul piano relazionale è possibile individuare alcune piste di lavoro culturale e pastorale:
1. L’attenzione alla dignità di ogni persona migrante
2. La tutela dei diritti fondamentali e l’accompagnamento ai doveri della persona migrante
3. La preferenza per i poveri e gli ultimi, tra i migranti: i rifugiati, i profughi, i malati, i minori, i disoccupati… 4. L’attenzione a non distinguere ‘noi’ e ‘gli altri’, il ‘dentro’ e il ‘fuori’
5. La ricerca dell’incontro, di una intelligente relazione, interrelazione
6. La cultura del dialogo
7. Il rispetto delle differenze, di lingue e culture diverse, a fondamento dell’unità
8. Riconoscere prima di regolare le persone migranti
9. Trovare il fratello nello straniero
10. Trovare Dio nello straniero
Di queste piste mi fermerò ad approfondirne la cultura dei diritti e del dialogo, in modo da non solo ‘immaginare una Chiesa’, ma anche ‘immaginare una città dell’uomo’. 4. La carità: una nuova cultura dei diritti Come coniugare questa cultura nuova? Attorno a dei temi-impegni-diritti che ripensano il trinomio illuminista: libertà, uguaglianza, fraternità per una nuova convivenza. Ripensare la democrazia non a partire dalle paure, ma a partire dal riconoscimento della “democrazia degli altri” (Amartya Sen) e dei diritti dei tutti, secondo la felice indicazione di Norberto Bobbio nella famosa opera ‘L’età dei diritti’.
a. Il tema della differenza non come minorità, ma come espressione della libertà, oggi allargata dal fenomeno della globalizzazione. Lo sviluppo oggi chiede come condizione la libertà che assume responsabilmente anche il ‘segno’ dell’immigrazione come diritto della persona di un mondo che fugge dalla guerra, dalla miseria, dalle emergenze ambientali, dall’inquinamento e dalla distruzione.
b. Il tema dell’uguaglianza ripensato non su categorie semplicemente giuridiche, ma legato all’umanesimo integrale: che valorizza ciascuno e tutti, tutte le persone e tutta la persona, perché non esiste un uguaglianza se non dentro una visione universalista dei diritti. Ogni particolarismo uccide l’uguaglianza, non tutela la dignità della persona, crea esclusione e genera conflittualità. Non è possibile oggi accettare non solo nella città, nel nostro Paese, ma nel mondo una differenza costruita sulla divisione tra ricchi e poveri, tra Paesi ricchi e Paesi poveri: non è possibile – come ricordava E. Gorrieri in un lucido saggio – accettare parti eguali tra diseguali, vite ineguali . Troppi diritti che nelle nostre culture liberali, marxiste e cattoliche dal 1848 ad oggi sono state affermati sul piano delle persone (donne, minori, malati…), dei mondi (lavoro, scuola, salute, famiglia…) e delle cose (reddito minimo, casa, voto…) oggi sono negati a chi si muove, è precario, è straniero. Facciamo solo alcuni esempi: il diritto alla giusta retribuzione : gli stranieri a parità di livello e prestazione percepiscono almeno il 30% in meno e le donne straniere raggiungono il 50% in meno di salario rispetto a una persona italiana; un bambino straniero perde mediamente un ano di scuola in Italia; 1 immigrato regolare su 3 ha il medico di base; la partecipazione al voto amministrativo è negato; la possibilità di un giovane immigrato di partecipare a bandi di servizio civile è negata; la cittadinanza dopo 10 anni è ritardata di almeno 2-3 anni; la protezione sociale delle vittime di tratta riguarda solo 1 persona su 3; il diritto d’asilo vede l’Italia come numero di tutele all’ultimo posto. “L’età dei diritti” che Norberto Bobbio indicava come caratteristica della nostra epoca è in realtà l’età dei diritti negati, ritorna ad essere l’età della discriminazione.
c.Il tema dell’alterità, rivisto dentro la fraternità, che non esclude conflitti, anche distanze (Caino e Abele, il fratello minore e maggiore della parabola del padre misericordioso e i miti di molte religioni lo ricordano), ma che si aprono a riconsiderare se stessi come altro, per considerare gli altri come se stessi (Ricoeur, Sé come un altro) , allargando – nello stile inaugurato da Francesco – la fraternità alle cose, al creato, al mondo: fratello sole, sorella luna, sorella acqua….
5. La carità del dialogo: unica risposta per costruire il domani
Dialogare non significa cedere al relativismo o perdere la propria identità. Anzi. Ci viene in aiuto la testimonianza di Pierre Claviere, domenicano ucciso in un attentato in Algeria, in ambiente islamico, dieci anni fa, ci aiutano a focalizzare questo compito decisivo per gruppi e minoranze attive: “Ci siamo trovati a realizzare con mezzi poveri luoghi d’incontro e piattaforme per conoscersi e comprendersi meglio, con le nostre differenze e la pesante eredità dei nostri conflitti passati e presenti. Oggi non c’è nulla di più necessario e di più urgente che creare questi luoghi umani, in cui s’impara a guardarsi in faccia, ad accettarsi, a collaborare e a mettere in comune le eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno. La parola d’ordine della mia fede oggi è perciò dialogo. Non per tattica o per opportunismo, ma perché il dialogo è alla base del rapporto tra Dio e gli uomini e tra gli uomini stessi”. Il dialogo nasce dall’interesse (l’I care di don Milani), dalla passione, dalla condivisione, dalla compassione. Il dialogo, che valorizza le esperienze umane, cristiane e religiose diverse, con quattro attenzioni forti: a) Il dialogo della vita, che si ha quando le persone si sforzano di vivere con lo spirito aperto e pronte a farsi prossimo, condividendo le loro gioie e le loro pene, i loro problemi e le loro preoccupazioni umani. b) Il dialogo dell’azione, nel quale i cristiani e gli altri credenti collaborano per lo sviluppo integrale e per la liberazione del loro prossimo. c) Il dialogo dello scambio teologico, nel quale gli specialisti cercano di approfondire la propria comprensione delle loro rispettive eredità spirituali, e di apprezzare, ciascuno i valori spirituali dell’altro. d) Il dialogo dell’esperienza religiosa, nel quale le persone, radicate nelle loro tradizioni religiose condividono le loro ricchezze spirituali, per esempio nel campo della preghiera e della contemplazione, della fede e dei modi di ricercare Dio o l’Assoluto .
6. La carità politica: una nuova città, una nuova politica con al centro le relazioni e i diritti Nella costruzione della città e della cittadinanza oggi siamo chiamati a evitare alcuni rischi e a promuovere nuove prassi che mettano al centro le relazioni e i diritti delle parsone.
a. Contro i rischi di un nuovo protezionismo e corporativismo, anche nelle politiche sociali (forti e deboli) siamo chiamati a riaffermare l’universalismo di alcuni diritti, con una forte attenzione alla relazione d’aiuto e all’accompagnamento.
b. Occorre andare oltre l’impronta, per costruire invece una nuova relazione diffusa, con un’attenzione preferenziale ai più deboli, con un orecchio alle “attese della povera gente”: di chi arriva e rimane ai margini della città; di chi è espulso dalla città, di chi è solo tra le case, di chi abbandona la scuola, di chi ha paura – sia in senso fisico che psichico; di chi non ha famiglia, di chi perde il lavoro, ho coniuga con il lavoro tempi di attesa, di chi lavora irregolarmente ed è schiavo di nuovi meccanismi di caporalato o d’impresa o d’agenzia… Non è sufficiente identificare, conoscere, occorre incontrare e accompagnare per costruire una relazione costruttiva e risolutiva (in termini di promozione, libertà, protezione…). Solo l’incontro aiuta a costruire relazioni che vincono la paura, aprono al confronto, invitano al dialogo.
c. Questa stagione forte di relazioni in un mondo mobile e in cambiamento chiede una nuova cura: che accompagna e non si limita alle prestazioni; che non abbandona; che ricerca e non ripetitiva; che coinvolge e non separa, che ha riferimenti precisi e quotidiani sul territorio, che valorizza la rete degli incontri, dei legami e non solo dei servizi, dentro una nuova programmazione sociale, sanitaria fortemente integrata e pianificata che evita di costruire nuovi ‘luoghi di cura’ separati, ma abitua tutta la città ad essere un luogo familiare, relazionale, promozionale. In questo senso forse va il piano regolatore urbanistico di una città va ripensato sul piano regolatore sociale. Nel 1987 l’architetto Giovanni Michelucci, in occasione di un convegno a Firenze su “La sfida delle città” inviava una lettera a P. Balducci dove, tra l’altro proponeva una “sfida alle città”. “Una sfida – scriveva – che proviene da due condizioni di vita che sono ai margini della attuale condizione urbana: la città carcere e la città tenda. E continuava: “Cosa rappresentano queste due entità nell’ambito del territorio in cui sono ospitate e mal sopportate, se non un’accusa di una inadeguatezza dei modelli di vita delle città attuali di contrapporre una cultura di pace rispetto all’equilibrio di morte di poteri militari contrapposti? La città carcere e la città tenda non sono solo dei luoghi identificabili nello spazio, sono due metafore che stanno ad indicare tutto ciò che nella città esiste come edificio, talvolta perfino di pregevole fattura , senza per questo avere con la città alcun rapporto attivo, rappresentando anzi la negazione della città. E concludeva il noto architetto: “la sfida che propongo alla città attuale è dunque la sfida di saper accogliere al suo interno i diversi di ogni tipo, non per dovere di ospitalità, ma come speranza progettuale… Il modello di una società civile che accetta dentro di sé il diverso, come ipotesi positiva di cambiamento rappresenta di fatto una cultura superiore rispetto agli equilibri militari che ci sovrastano. La società del sospetto, dell’isolamento con cui sono regolate le nostre città rappresentano purtroppo un’agghiaciante analogia a quegli equilibri” .
d. I nuovi legami da costruire non sono solo individuali, ma anche istituzionali, associativi. E’ la scelta della gratuità che ha costruito il mondo magnifico del volontariato italiano, a partire dai meravigliosi anni ’70. In questo senso vanno valorizzati il volontariato, la cooperazione sociale e internazionale, anzitutto come strumenti educativi alla città responsabile e alla cittadinanza globale e solo in secondo luogo come strumenti di servizi.
e. Una città aperta al mondo oggi non può non riconoscere una cittadinanza diffusa e non esclusiva, che si manifesta attraverso nuovi strumenti di partecipazione inclusivi di chi vive sul territorio e come persona è soggetto di tutti i diritti umani e costituzionali. Occorre forse ripensare in questo senso anche il diritto di voto non come strumento di garanzia di un potere da parte di una classe, di una parte di mondo, ma come strumento di esercizio di cittadinanza attiva.
f. La città di oggi è necessariamente glocale, è chiamata a una relazione nuova con il mondo: La Pira, Balducci, Gozzini ieri invitavano Firenze e le città europee a lavorare per la pace e per i poveri; oggi forse inviterebbe a lavorare per la giustizia e la tutela dei diritti di tutti, insegnando soprattutto ancora una volta a una “santità ospitale”: “L’universalismo della Chiesa - ha scritto il teologo gesuita Theobald -deve incessantemente lasciarsi convertire dal Vangelo, che fa passare le nostre grandi visioni universalistiche attraverso quelle esperienze di santità che sorgono sempre all’improvviso nelle numerose situazioni in cui è in gioco la vita dell’altro, senza mai poter essere afferrate o radunate in una visione d’insieme” . Oggi ritorna ad avere importanza il Comune, come luogo che si abita, come forum, luogo di confronto, centro di relazioni, come rete di servizi, come casa per chi non ha casa, come scuola di cittadinanza: occorre evitare di burocratizzare i luoghi che invece sono i luoghi della nuova familiarità e fraternità, della cittadinanza attiva, della legalità. Occorre evitare che le istituzioni più che creare cultura, opinione pubblica siano schiave di un’ opinione falsata, interessata, esclusiva, oppressiva, discriminatoria, estranea che nega la libertà, l’uguaglianza e la fraternità per non perdere potere, fingendo di andare incontro alle esigenze della gente. Concludo con un passaggio di La Pira, ricordato da P. Giuntella – il grande giornalista televisivo da poco scomparso e che fu uno degli ‘angeli del fango’ durante l’alluvione di Firenze del 1966 - nel profilo su La Pira intitolato: “L’ultimo realista: i sentieri del professore”: C’è oggi davvero un deserto da abbandonare; una terra promessa da raggiungere; un Giordano da attraversare; un risveglio da compiere; un movimento di popoli – in questo senso – da attuare. C’è un capitolo nuovo – in certo senso finale – della teologia della storia che deve essere scritto dai popoli della storia nuova del mondo… passare dall’inverno della storia (la guerra) alla primavera della storia (la pace) . E’ un invito a non leggere la sicurezza in forme, progetti, azioni di difesa e di offesa, in un ritorno alla conflittualità, ma a leggere la sicurezza dentro gesti, progetti, azioni di accoglienza e di relazione d’aiuto, di promozione e di sviluppo integrale della persona e dei popoli che incontriamo in città. E’ questa, ancora , “la nostra vocazione sociale”.
Oggi ritorna ad avere importanza il Comune, come luogo che si abita, come forum, luogo di confronto, centro di relazioni, come rete di servizi, come casa per chi non ha casa, come scuola di cittadinanza: occorre evitare di burocratizzare i luoghi che invece sono i luoghi della nuova familiarità e fraternità, della cittadinanza attiva, della legalità. Occorre evitare che le istituzioni più che creare cultura, opinione pubblica siano schiave di un’opinione falsata, interessata, esclusiva, oppressiva, discriminatoria, estranea che nega la libertà, l’uguaglianza e la fraternità per non perdere potere, fingendo di andare incontro alle esigenze della gente.
Conclusione: non cedere alla paura, una tentazione del nostro tempo La sfida più urgente della nostra civiltà è imparare a convivere come diversi condividendo lo stesso territorio geografico e sociale; imparare a convivere senza distruggerci, senza ghettizzarci, senza disprezzarci, o guardarci in cagnesco e neanche senza solo tollerarci. La debolezza culturale più rischiosa è cedere alle paure. Lo ricordava molto bene don Luigi di Liegro, il sacerdote direttore della Caritas di Roma, in una pagina tra le sue ultime: “Non lasciamoci ispirare dalla paura. I migranti non sono un pericolo, ma degli uomini con la nostra stessa dignità. Esigiamo senz’altro il rispetto delle nostre regole di convivenza, ma allo stesso tempo superiamo il rischio di contrapposizione, accettiamone la diversità, rispettiamone la cultura e la religione, accogliamo quelli della nostra stessa fede, favoriamone l’associazionismo, valorizziamone l’apporto, prendiamo per primi l’iniziativa del dialogo, costruiamo insieme la città dell’uomo in un contesto europeo più aperto a tutti i popoli. Solo così le migrazioni potranno diventare per tutti un’occasione di crescita” .