Relazione della Presidente All’assemblea Diocesana del 1- 2 Dicembre
UNO SOLO E’ IL NOSTRO MAESTRO E SIGNORE……..IL CRISTO
Un pò arbitrariamente ho stralciato dal contesto di Mt. 23 l’espressione di Gesù che costituisce il motivo conduttore di questa Assemblea. Matteo riserva nel suo Vangelo molto spazio a riportare le pesanti invettive che Gesù rivolge ai farisei e agli scribi, cioè a coloro che rappresentano la tradizione religiosa per eccellenza, l’abitudine consolidata che si riduce a sola forma e non alla sostanza, che guarda il capello, ma trascura l’essenziale. Sono l’autorità costituita in mezzo alla gente, ne vogliono essere i maestri, ma fanno vedere solo il lato esteriore; stanno seduti sulle poltrone …..dicono e non fanno; certo e’ un rischio che possiamo correre anche noi cristiani….., anche noi laici associati. Ai discepoli Gesù dice: non fatevi chiamare maestri…..perché uno solo è il vostro maestro.
Ecco, ci sia di monito e di stimolo: nessuno di noi è maestro…….Vogliamo essere sempre più di Gesù, guardare a lui, attingere da lui, lasciare che sia lui ad operare attraverso di noi, per realizzare il Regno di Dio.
E veniamo alla prima parte della relazione
Il cammino fatto: le scelte compiute e realizzate:
Da un lato le consegne della X Assemblea che possiamo riassumere nei seguenti obiettivi:
1. l’intensificazione della vita associativa
2. il porsi nello stato di missione
3. la promozione della pastorale a vari livelli
Il Consiglio e la Presidenza si sono impegnati a conseguire questi obiettivi . Infatti per quanto riguarda il primo di essi si è dato vita alla :
· Promozione dei cammini formativi
· Scuola associativa ACR
· Costituzione di gruppi Giovani e Adulti
· Azione verso i simpatizzanti e annuncio di evangelizzazione
· Incontro con le realtà parrocchiali e con i Presidenti
· Il Giubileo dell’Associazione
· AC Reporter
· I Campi Scuola
· Le esperienze Regionali e Nazionali
Per quanto riguarda il secondo punto il porsi nello stato di missione: l’esperienza missionaria di Gorga prima e di Torre Cajetani dopo, ci hanno certamente aiutato a crescere nella dimensione di una formazione autenticamente missionaria. E come non vedere in queste esperienze un segnale anticipatorio della Missione Diocesana voluta dal Vescovo e alla quale ci stiamo preparando ?
Riguardo al terzo punto siamo stati presenti, protagonisti attivi, nelle iniziative pastorali promosse dalla Diocesi, quelle ordinarie e quelle di frontiera (Giovani - Scuola della Parola - Giubileo dei giovani )
Nel corso di questi anni , tuttavia sono venute alla luce problematiche già presenti a livello associativo, ma che ora , di fronte anche a mutate condizioni storiche, sono emerse in maniera esplicita e ci interpellano per risoluzioni diverse e adeguate, tentando anche vie sperimentali per saggiare nuovi modi fare associazione nel nostro territorio.
Di molte problematiche discusse anche a livello nazionale e sulle quali è stata richiesta la nostra riflessione e il nostro contributo, alcune mi sembrano cogliere appieno la nostra dimensione associativa, i limiti, le carenze e quindi a partire da esse si tratta di pensare a come rilanciare e rivitalizzare.
Nella bozza del documento finale sono state già inserite. Vorrei approfondirne alcune e proporre delle vie di sperimentazione come tentativi , tutti da verificare ovviamente, di possibili soluzioni.
A me pare che la nostra associazione soffra, in questo momento, di una crisi di “ spaesamento ” che consiste nel non sapere più quale sia il posto, la dimensione, il ruolo nell’ attuale vita diocesana e parrocchiale.
Che cosa dobbiamo fare?
Da questa domanda la rimessa in discussione dell’identità e la perdita del significato stesso dell’identità.
In effetti per molto tempo il ruolo definiva l’identità; bastava perciò dire che facevamo per dire chi eravamo. Ciò d’altra parte ci assicurava larga iniziativa e autonomia nel pensare e nel fare. Oggi è più difficile identificare il ruolo con l’essere stesso dell’AC. Meglio ancora era il nostro fare a qualificare il nostro essere.
Che cosa è cambiato e in che modo dobbiamo porci?
È cambiata la realtà diocesana e quella parrocchiale. Come indicato nella bozza del documento possiamo dire che l’intera pastorale, quella diocesana, ma anche di conseguenza quella parrocchiale coincideva con i programmi, i progetti di AC. Le giornate diocesane erano quelle associative (eccetto alcuni appuntamenti tradizionali), le attività della parrocchia ruotavano e facevano perno sull’AC.
Oggi è la diocesi a progettare cammini ed itinerari; le parrocchie a tradurre e reinventare coinvolgendo appieno più persone, movimenti, associazioni. Noi stentiamo ad inserirci in questa nuova dinamica: o ne siamo fuori o continuiamo a fare “come se niente fosse”, per conto nostro, “chi c’è c’è ”, senza misurarci con le realtà a cui apparteniamo. Non possiamo applicare il programma di AC, Nazionale o Diocesano che sia, senza tener conto del confronto con i pastori delle realtà in cui siamo presenti. Sono forzature .
Il fatto che molte scelte, iniziative siano diventate patrimonio comune della Chiesa Locale non deve farci sentire defraudati di un elemento proprio e impoveriti, perché la diocesanità dell’AC, come ci ha ricordato il Vescovo nell’omelia del Giubileo consiste nell’identificarsi con la chiesa locale e la sua missione, ne condivide le scelte, ne è pienamente corresponsabile e collabora alla realizzazione.
Come possiamo rispondere ?
La risposta va data su due piani
A) Il piano dell’essere.
Chi siamo noi? che cosa sono io, come persona, come soggetto, come uomo e donna. Sono un cristiano, un laico cristiano. la mia identità dunque va ricercata nel battesimo, nella scelta di essere e di vivere da cristiano nel mondo e nella chiesa, nell’agire da cristiano.
Uno solo e’ il nostro maestro e signore…..Io sono di Cristo e su questo si gioca il nostro essere e la nostra identità, come giovani e adulti di AC.
B) Il piano del ruolo e della funzione
Cosa ci è chiesto di fare oggi, che cosa ci specifica come Azione Cattolica, ci distingue, ci caratterizza? La risposta non è un a priori, non è qualcosa che sappiamo già prima (si, in generale possiamo dire che ci interessa e ci riguarda tutto ciò che la Chiesa è chiamata a fare), ci interessa comunicare il Vangelo alle persone di tutte le età e perciò formiamo dei gruppi e proponiamo loro dei cammini di fede alla sequela di Cristo, ma l’azione di apostolato che viene effettuato anche da altri gruppi o persone ritaglia qualche aspetto della missione della Chiesa.
E allora ? Io mi sento di dire che l’AC oggi ha bisogno di ascoltare di più ciò che emerge dalla vita della Diocesi ……. anche noi ci siamo abituati a ripetere abitudinariamente ciò che da sempre abbiamo fatto; sicuramente la consuetudine dà sicurezza, ma adesso siamo chiamati a leggere la realtà domandandoci: quali sono le necessità, di che cosa ha bisogno la nostra Chiesa? E qui mi pare che il messaggio sia chiaro. Ha bisogno di laici e di laici formati e competenti, di cristiani cioè che intendono il loro cristianesimo come un cammino di continua maturazione e di crescita, come una ricerca incessante della santità nelle condizioni della vita normale. Perciò noi di AC dobbiamo reinterpretare con lo stile che ci caratterizza, attento alle persone , rispettoso della loro libertà, capaci di proporre, ma di non imporre, le scelte che la Chiesa locale sta portando avanti. La domanda di religiosità esige risposte chiare, semplici, ma precise in questo momento le priorità e le necessità della Chiesa locale sono:
- La Missione e quindi la preparazione dei laici alla missione. In questo siamo poco presenti
- Le frontiere della pastorale oggi sono gli adulti.
Un secondo elemento è dato dalla proposta formativa
La proposta formativa dell’AC si è sempre caratterizzata per l’attenzione alle persone, per la diversificazione dei metodi, attenti allo stile e ai bisogni di ciascuno. In questa direzione si sono mossi i settori e l’ACR. Testi e sussidi hanno accompagnato il cammino formativo. Non possiamo tuttavia nasconderci, nonostante la buona volontà e l’impegno dei singoli che la qualità e la quantità della proposta formativa non è sufficiente, che ci sono carenze e limiti, quando non addirittura fraintendimenti e mediocrità.
Gli adulti: la domanda di religiosità degli adulti trova da noi il primo terreno; in questi anni, grazie alle iniziative estive, abbiamo avvicinato tanti adulti e proposto loro un cammino di fede, ma questo terreno, come per il seme della parabola del seminatore, non sempre si è rivelato un terreno adatto, forse è arido, forse è sassoso, fatto stà che dopo il primo approccio gli adulti che pure hanno aderito alle nostre iniziative cercano altrove la possibilità di un approfondimento e di una ricerca più profonda della vita cristiana. Gli adulti dell’associazione vivono l’esperienza Parrocchiale e Diocesana in modo defilato, nascosto, spesso assente e questo nonostante l’impegno generoso. Eppure è proprio della loro presenza che si ha oggi più bisogno.
I giovani: negli anni i gruppi giovani e giovanissimi sono andati via via diminuendo e la causa va ricercata nell’assenza di animatori giovani. Anche questo mi sembra un segno dei tempi. Mentre i giovanissimi e giovani sono sempre più alla ricerca di punti di riferimento, di persone con cui comunicare veramente al di là delle maschere e delle apparenze, noi non abbiamo suscitato in mezzo a noi figure capaci di rispondere a questa chiamata. Anche questo e’ un dato da valutare.
L’ACR: a loro va dato atto di un impegno vivace e teso a sopperire alle latitanze e alle deleghe in bianco degli adulti in campo educativo. Eppure, proprio paradossalmente, mentre da un lato non possiamo non riconoscere e apprezzare il lavoro svolto, dall’altra proprio la crisi del settore adulti,colpisce l’ACR e la fa apparire come il nervo scoperto dell’associazione sia perché la catechesi è affidata ai giovani, (se guardiamo nella maggior parte dei casi i parroci affidano la catechesi in preparazione ai sacramenti agli adulti) sia perché la stessa ricchezza della catechesi esperienziale, se non supportata dalla chiarezza dei contenuti e dalla sicurezza di chi propone il messaggio, rischia di diventare un boomerang.
Inoltre l’enfasi data alla metodologia e alla tecnica rischia di far passare in secondo piano il fondamento dei contenuti, per cui alla fine la sintesi che emerge sull’ACR e’ la seguente:
- si gioca
- si riempie il tempo libero
- si fa oratorio
Insomma se né i bambini che partecipano, né gli adulti che mandano, né i sacerdoti che affidano il compito sono chiaramente consapevoli di ciò che viene fatto o non lo percepiscono in modo chiaro, vuol dire che noi non siamo in grado di esplicitare il contenuto.
Poca preparazione? Poca convinzione personale? Poca maturazione di scelte consapevoli e fondate? Scollamento tra vita e ruolo, tra incarichi e scelte di fede?
Quali possibili sperimentazioni ?
La formazione come impegno comune, non separato, tra settori ed articolazione.
Si tratta di pensare la formazione in modo diverso, come priorità fondamentale, da anteporre a tutte le altre pur valide iniziative, anche se consuete e proprie di ogni settore. Per esempio Scuola Associativa Unitaria, da pensare e costruire tutti insieme, oppure sperimentare qualche gruppo pilota che con metodi e stili diversi attui la catechesi esperienziale con la presenza contemporanea di adulti e giovani.
Prendere atto che la formazione è un processo continuo che tuttavia richiede scelte mature e consapevoli. Non chiediamo ciò che le persone non possono dare, per età, per maturazione psicologica, per scelte di vita, anche quando si mostrano volenterosi; accompagniamo questo cammino, noi responsabili, in modo vigile, attento, senza accontentarci della sola presenza , ma esigendo riscontri nella vita spirituale e personale. insistendo sulla necessità di alcuni impegni prioritari per la vita di fede. Chiediamo ai sacerdoti assistenti di seguire prima di tutto questo. Pretendiamolo.
Terzo elemento l’aspetto organizzativo e strutturale dell’associazione
L’associazione ha una struttura organizzata e uno statuto democratico con alcuni organismi di partecipazione. Questi organismi oggi mostrano tutti il loro lato debole.
- L’associazione è prima di tutto Unitaria e i Settori sono stati pensati e decisi nello statuto come funzionali alla proposta formativa alle persone. Mi pare che oggi siano diventati centri decisionali autonomi, separati e sganciati dal resto, vivono una vita propria, fanno e disfanno indipendentemente. È chiaro che questa non è l’associazione. L’associazione ne soffre e siccome quando un membro soffre, soffrono anche gli altri, la crisi di un settore o parte di esso si ripercuote su tutta l’associazione.
- le forme di partecipazione sono, vedi i Consigli e le Presidenze sia a livello parrocchiale che diocesano, svalutate. Continui dimissionamenti, scarsa presenza anche ai rarissimi incontri previsti statutariamente, poca consapevolezza delle dinamiche e delle problematiche da affrontare, poco impegno. Le carenza sia sul piano formale che sostanziale, eppure sono gli organismi decisionali dell’AC. In realtà le decisioni, i progetti vengono assunti in gruppi informali, numericamente più ristretti, da persone che forse esprimono tra loro una assonanza maggiore. Questa però non è l’Associazione. È vero che nelle diverse istituzioni gli organismi di partecipazione sono in crisi, che si preferisce talora la decisionalità di qualcuno al posto dei più, che prevalga il carisma personale del capo al posto di vari responsabili, che si tende a delegare, per cui tutti sono responsabili e nessuno è responsabile .
A noi scegliere se confermare questo sistema democratico. Elementi di flessibilità, non ritualità, elasticità vanno tuttavia introdotti. Semplificazioni numeriche per evitare organismi pletorici, chiarezza nelle competenze per poter fare ognuno la sua parte, revisione di queste competenze.
A me sembra che occorra semplificare le competenze del Consiglio, chiamato a delineare le linee generali dell’AC, con particolare riferimento alle scelte Assembleari e a conclusione, verificarle. Ogni anno il Consiglio riprende in mano il documento e ne segue le fasi di attuazione.
Alla presidenza le competenze gestionali, amministrative, esecutive, di attuazione particolareggiata delle linee progettuali indicate dal Consiglio. Questo potrebbe implicare per esempio 2 riunioni l’anno del Consiglio e incontri articolati, informali, della Presidenza, chiamata a realizzare la vita associativa nella sua interezza per tutti i settori e l’articolazione.
Ai settori gli aspetti organizzativi e tecnici. In questo modo la Presidenza diventerebbe a tutti gli effetti, il centro propulsore, il motore della vita associativa, esprimerebbe di più l’unitarietà e l’organicità dell’AC.
I settori, organizzati in modo informale, più o meno allargati, separatamente intesi tornerebbero ad essere, come indicato nello statuto, indicati per effettuare praticamente quanto progettato dalla Presidenza, in modo conforme alla tipicità di vita che rappresentano. Sono, come dicevo alcune proposte di sperimentazione. Ripeto, sperimentare non significa rigettare il passato o non ritenerlo più valido. Se siamo coerenti con le analisi che abbiamo fatto, dobbiamo anche osare, senza per questo entrare in crisi. Se il seme caduto in terra non muore, se il lievito non viene frantumato nella massa, se il sale non si scioglie…
Quando i Vescovi nel documento pastorale per il decennio 2000, ribadiscono la loro fiducia all’AC, indicano tuttavia nell’esemplarità formativa lo stile rinnovato che l’AC deve esprimere. Noi ben lontani dal sentirci “maestri”, ma rinnovati dall’unico Maestro e Signore, il Cristo, possiamo con fiducia , coraggio, speranza , percorrere i sentieri dell’esemplarità, della testimonianza, della presenza vitale e fruttuosa nella nostra vita personale, nella chiesa e nel mondo.
Marilena Ciprani