Fame nel mondo e disastro ambientale
Lo sviluppo mancato

 

di don Domenico Pompili

Lo sviluppo è un problema non solo economico.
Il problema dello sviluppo segnala una crisi che non è solo tecnica, ma etica, e presenta uno squilibrio che non è solo ecologico, ma più profondamente spirituale. La crisi ecologica della terra è la crisi stessa della civiltà tecnico-scientifica moderna e costituisce un grande capo d'accusa alla civiltà occidentale che vede naufragare il mito di un progresso indefinito, in particolare quel modello di sviluppo demagogico che ha avuto come esito non solo l'accentuazione del divario tra Nord e Sud del mondo, sia a livello economico, culturale e politico, ma, più radicalmente, la dequalificazione della vita umana. Ciò che ha prodotto il tracollo è una smisurata volontà di dominio: tutte le acquisizioni della scienza e della tecnica vengono immediatamente convertite in volontà politica per estendere e consolidare il potere. Scarsa invece o quasi nulla è stata la compensazione del dato biblico, il che è confermato dalla pratica irrilevanza della categoria di creazione nella sensibilità comune e in quella stessa credente.
Occorre perciò dar vita ad una nuova architettura teologica, cui faccia seguito una nuova spiritualità, se davvero si vuole invertire il clima culturale odierno e rendere più avvertite le coscienze. La mentalità finora ispirata al potere e allo sfruttamento deve essere sostituita da una nuova spiritualità a dimensione cosmica, a partire dalla persuasione espressa nel libro della Sapienza (1,7), secondo cui "lo Spirito di Dio riempie la terra" e dunque mantiene in vita ogni vivente e lo lega ad una comunità amante della vita. È necessario a questo proposito abbandonare l'antropocentrismo di marca occidentale, che faceva dell'uomo la misura di tutte le cose e ritrovare la strada che fa di Dio la misura di tutto il reale, Lui che ha creato tutto ciò che vive ed invita ogni vivente alla festa del sabato della creazione.

La terra: "madre" e "figlia" dell'uomo
Il tema della terra risulta dunque determinante per una riconfigurazione del discorso teologico intorno all'essenziale questione della sopravvivenza del pianeta e di un'equa distribuzione delle risorse. Dio, infatti, è all'origine della vita. Ledere la vita significa ledere Dio stesso. Non amare la vita significa non amare Dio. Dio è un Dio della vita intera, di ciascuna vita umana e della vita comune a tutti.
La categoria della creazione definisce il quadro di fondo antropologico e cosmico nel quale è dato di ritrovare il senso autentico della vita, così come "uscita dalle mani di Dio". L'antropologia della creazione che si sviluppa a partire dall'immagine, considera l'uomo come essere strutturalmente relazionale. Dinanzi all'esperienza del peccato, nella riflessione biblica si fa strada la consapevolezza che la terra è madre e figlia della nostra responsabilità, nel senso che essa è il risultato sia del bene sia del male che in essa si compie e si trasmette. Questa alternativa è letta alla luce del progetto di Liberazione e Alleanza: se ne ricava così che sia la speranza della promessa sia l'infedeltà della risposta entrambe sono legate alla libera responsabilità dell'uomo. E' come dire che il concetto di creazione non può essere pensato in termini fissisti, ma dinamici: creazionale è l'atto originario di Dio, in quanto, oltre a conferire un preciso statuto alla realtà, contiene un implicito e necessario rimando alla responsabilità dell'uomo, al quale è affidata la signoria sulle cose. Uscita dalle mani di Dio, la creazione è immediatamente rimessa nelle mani dell'uomo. Tale consapevolezza accompagna l'esperienza credente del popolo d'Israele a cui Dio pone l'aut-aut (Dt. 30,15-20) che presenta la terra e non il cielo come segno della fedeltà di Dio all'alleanza, E' dunque la terra, cioè il convivere pacifico e fraterno, lo spazio della possibiltà-realtà della comunione.

La storia dell'uomo è storia del pane
Per la Bibbia l'uomo è costituito nella sua realtà di bisogno, il cui compimento non è affidato al divino come oggetto, bensì ai beni della terra che il divino, nella sua irriducibile Alterità, gli offre. Ne segue che nella visione biblica la terrestrità ha una sua obiettiva rilevanza perché, al di là di visioni dualistiche e gnostiche, essa resta, anche dopo il peccato, il luogo dove abitare e dove trarre il proprio sostentamento. Sta di fatto che la storia umana è fondamentalmente storia del pane, intendendo con questo sia la ricerca di ciò che è necessario all'esistenza umana, sia la storia del lavoro come mezzo per procurarsi il necessario per vivere, sia la fatica e la sofferenza per produrre il nutrimento, sia infine la violenza che ha sempre accompagnato la ricerca di questa esigenza vitale. Come dimostra del resto il drammatico scenario globale evocato dalla SRS, la storia umana continua ad essere storia del pane: con l'occidente che lo supera come superfluo o se ne difende per problemi di peso-forma e il Sud del mondo alle prese con la fame che stermina ancora oggi, ogni giorno, 25.000 bambini (Rapporto UNDP 1999).

La vera saggezza è condividere il pane
Ora la storia umana come storia del pane è per la Bibbia costitutivamente legata a Dio. Troppo spesso si pensa che le religioni non hanno nulla a che vedere con le realtà materiali ed in particolare con il "procurarsi il pane", quasi che il compito della fede sia solo di provvedere alle realtà spirituali. In realtà le religioni, specie quelle etiche, non sono un'alternativa alla storia del pane, ma ne costituiscono semmai una rilettura alla luce di un principio trascendente che è Dio. Le religioni insomma non mettono Dio al posto del pane, ma propongono di mangiare il pane dinnanzi a Dio. Così da storia di sofferenza e di violenza si trasforma in storia di comunione e di senso, attraverso l'orizzonte del dono che vieta l'accumulo e istituisce la reciprocità dello scambio e del dono. La religione è lo spazio dello "spirituale", ma non nel senso che esso sia alternativo al materiale: lo Spirito non si sostituisce al pane, ma suggerisce le regole-la giustizia!- con cui produrlo e fruirne.
La dimensione mondiale presente in tutti i problemi e in tutti i rapporti umani esige non solo un nuovo approccio di questi problemi, ma richiede una nuova forma di pensiero, un tipo di sapere rigoroso e comprensivo. Se ne è avuta del resto una controprova evidente, a partire dal fatto che la persistenza della fame in un mondo abbastanza sviluppato per poter nutrire tutti i suoi abitanti, dipende in ultima analisi, dalla carenza di una prospettiva etica; Così come non può colpire la triste constatazione che un progresso economico che brucia gran parte delle risorse naturali e compromette l'eco-sistema della terra, è frutto di insensatezza, ai limiti dell'irrazionale. Occorre pertanto elaborare una forma di sapere (vogliamo chiamarla di saggezza?) che diventi sempre più patrimonio della comunità umana e che ci faccia sognare un mondo diverso da come lo abbiamo costruito. Solo così il processo di globalizzazione più che subito fatalisticamente, potrà essere governato, sotto il segno dell'etica, la quale riacquista così la sua vera ragion d'essere.

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