Una "Azione" veramente "Cattolica"
Cioè: Una- Santa-Apostolica

(Riportiamo i punti salienti della Omelia tenuta dal Vescovo in Cattedrale domenica 15 ottobre 2000 in occasione del Giubileo diocesano dell'Azione Cattolica diocesana)

Provo a formulare alcune riflessioni e indicazioni che enuncio in forma di tesi.

Tesi n. 1: L ‘AC trova nella diocesanità la figura e lo spazio proprio dell’associazione, il cui apporto alla chiesa particolare si rivela originale e insostituibile.

In forza del battesimo la diocesanità è comune a tutti i cristiani della diocesi, ma realisticamente la chiesa particolare non è un fatto anagrafico: è essenzialmente una missione che coincide con l’evangelizzazione. Questa missione compete a tutti i battezzati, ma di fatto non la svolgono, perché la ignorano o la disattendono. “L’evangelizzazione non è un compito automatico, nel senso che scaturisca automaticamente dal battesimo o, più compiutamente, dall’iniziazione cristiana: è un compito da svolgere e, come ogni compito, esige una preparazione adeguata prima, e poi un impegno costante, cioè un esercizio effettivo e forse una formazione permanente” (G. Colombo. L ‘Azione Cattolica nella chiesa particolare - Riflessioni sull' identità dell’ associazione, in RclIt. maggio 1992. 370). Da questa prospettiva della diocesanità emerge il profilo del rapporto dell’AC sia con il vescovo che con le altre aggregazioni ecclesiali.

Rispetto al vescovo, l’AC si pone non come opera offerta al vescovo, ma come opera del vescovo; non ha programmi propri, ma ha il programma diocesano di cui il vescovo è il primo responsabile. Non è opera riconosciuta, approvata dal vescovo, ma è la stessa opera del vescovo, attuata nel e attraverso il laicato. Paolo VI diceva che l’AC appartiene al disegno istituzionale della Chiesa. Per il vescovo e per i parroci, l’AC non può essere scelta facoltativa o opzionale: è scelta obbligata e inevitabile, non per argomenti di autorità oppure per privilegi gratuiti o arbitrariamente concessi, ma per coerenza con la fede nella chiesa e per il servizio alla chiesa.

Rispetto ad altre associazioni o ai movimenti, l’AC non si sente minacciata dalla loro presenza e benedice il Signore per la loro vivacità; insomma non si pone in una logica di contrapposizione o di concorrenza, semplicemente perché si colloca su un piano diverso: anche le altre aggregazioni ecclesiali, danno un contributo preziosissimo, alla costruzione della chiesa particolare, mentre però queste contribuiscono indirettamente, attraverso l’apporto di azioni promosse dal movimento a favore della chiesa particolare, l’AC si fa carico di questa crescita direttamente, agendo come lievito non per le opere proprie, ma per le opere e le azioni promosse dalla chiesa. L’AC si identifica talmente con la chiesa diocesana da non avere altro fine che la diocesanità; per questo è pronta a scomparire una volta che la chiesa fosse pienamente edificata e non esita a mettersi da parte se la sua presenza fosse incompresa o indesiderata. Infatti “se l’AC si costituisce come “fine”, incentrando su di sé l’attenzione e la cura, perde la propria identità, proprio perché sostituisce se stessa alla diocesanità: ma in che cosa l’AC è diversa dalla diocesanità?” (ivi. 371).

Concretamente questa diocesanità si traduce nell’inserimento più convinto e nel coinvolgimento più cordiale nella struttura “normale” e ordinaria della chiesa diocesana qual è la parrocchia. Da un laico di AC ci si può aspettare che la “scelta” della parrocchia non venga fatta sulla base di affinità spirituali e pastorali con il parroco ma semplicemente perché la sua casa è collocata in quella zona. La parrocchia è infatti “l’ultima localizzazione della chiesa; è la chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie” (CfL 26; EV 11/1709).

Tesi n. 2: L ‘Azione Cattolica è un’ associazione di laici che si impegnano liberamente, in forma comunitaria ed organica e in diretta collaborazione con la Gerarchia, per la realizzazione del fine generale apostolico della chiesa.

Ho citato l’articolo I dello statuto, dove sono felicemente sintetizzate le due dimensioni costitutive dell’AC: l’ ecclesialità e la laicità. Soffermiamoci sulla laicità. Quando si dice che l’AC è del vescovo, bisogna fare molta attenzione a non scivolare sul piano inclinato del clericalismo: i laici infatti non sono né presbìteri né religiosi, e quindi la loro associazione appartiene al vescovo ma in quanto essa è costituita da laici. In una udienza concessa da Paolo VI nel 1967 all’istituto secolare fondato e diretto da Giuseppe Lazzati il papa confidava: “Ricordiamo una conversazione nella quale Lazzati ci spiegava che la vita nel mondo, per chi si trova nelle vostre condizioni di spirito e con gli impegni che avete liberamente assunto, non è soltanto l’ostacolo da vincere, non è soltanto l’ambiente in cui navigare e farsi il proprio sentiero per salvare l’anima propria e possibilmente l’altrui, ma è il campo fecondo, è la stessa sorgente qualificante della vostra spiritualità e, diciamo pure, della vostra santità”. La santificazione del laico si produce infatti non nonostante, ma precisamente attraverso “tutti e singoli gli impegni e gli affari del mondo”, in quanto “il mondo è luogo teologico di santificazione” (Paolo VI).

Questa accezione della “laicità” può aiutare a rettificare qualche equivoco che si è introdotto surrettiziamente nella comprensione della cosiddetta “scelta religiosa”. Tale scelta ha finito per essere intesa come “scelta pastorale” intesa in senso tendenzialmente clericale, cioè i laici di AC devono essere tutti catechisti o educatori od operatori pastorali. Che anche i laici siano chiamati a costruire la chiesa è punto di non-ritorno nel processo di maturazione della coscienza ecclesiale dei laici: il concilio ha definitivamente liquidato la distinzione: i preti nella chiesa, i laici nel mondo, perché i laici “compiono per la loro parte nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” (LG 30).

Mi pare sia giunto il momento di lasciare liberi i laici di tornare a prendersi in carico, come cattolici, impegni civili, superando la tendenza di pensare all’AC come al “serbatoio di riserva” per coprire tutti i gruppi del catechismo ai bambini o per tappare tutti i “buchi” della pastorale. Se un laico è chiamato a fare l’avvocato o l’operaio, la professoressa universitaria o l’infermiera in ospedale, l’assessore al comune o il manager in azienda, e per fare bene il suo servizio alla società civile non può fare il catechismo in parrocchia, non ci si deve pensare due volte a dirgli: lascia stare il catechismo e va’ a portare il fermento del vangelo nel tuo ambiente di lavoro o di vita. L’AC è forza laicale di animazione nella comunità degli uomini, non segmento o settore della società, separato, concorrente o magari contrapposto agli altri.

Tesi n. 3 - I laici che aderiscono all’ AC si impegnano a una formazione personale e comunitaria che li aiuti a corrispondere alla universale vocazione alla santità e all' apostolato nella loro specifica condizione di vita.

È l’articolo 3 dello statuto . In tempi di paganesimo di ritorno, in cui la chiesa è impegnata nell’opera di nuova evangelizzazione, non è possibile essere cristiani convinti e credibili, senza un regolare, graduale e intenso cammino formativo. Una volta era proprio la formazione il “forte” dell’AC. Dobbiamo riprogettare itinerari formativi solidi, incisivi, efficaci.

Chi “s’accontenta” della messa domenicale, è un cristiano in fin di vita. Non è possibile reggere all’ondata travolgente della galoppante “cultura del niente”; o affrontare un serio confronto su temi scientifici, sociali, politici, se non ci si nutre abbondantemente della parola di Dio, della catechesi della chiesa, di una cultura cristianamente ispirata. Non ci si può limitare a vivere la vita associativa il giorno del tesseramento e alla festa di fine anno pastorale. Un incontro settimanale di formazione è questione di vita o di morte per un gruppo che voglia veramente essere di AC.

Oggi la questione più urgente è la fede; non diamo per scontata la conversione e l’adesione al vangelo. La catechesi, anche la più accurata e sistematica, non basta più, nemmeno ai nostri bambini o ragazzi dell’ACR. Don Tonino Lasconi afferma: quando facciamo la catechesi senza il primo annuncio e come se mettessimo addosso a bambini e ragazzi il cappotto senza niente sotto”.

Tesi n. 4. - I laici di AC si impegnano in forma comunitaria o altrimenti non sono di AC.

Più volte nei primi articoli dello statuto si incontrano espressioni tipo “forma comunitaria”, “comunione”, “collaborazione”, corresponsabilità”, “solidarietà” ecc. Mi pare che questa sia la grammatica di base dell’AC. Questo è quindi un primo, indiscutibile termometro per misurare l’effettiva vitalità di un’associazione, resta l’ideale irrinunciabile dei laici dell’AC. Se fare AC è “fare chiesa” e chiesa è “comunità in comunione”, non si può parlare di AC quando si ha solo una somma di tesserati e non invece un gruppo sia pur piccolo di associati.

Oggi l’AC rischia di vivere la sindrome del “piccolo resto”. Ma qui non si tratta di applicare gli altoparlanti. amplificando ciò che si fa, cercando di raggiungere e magari di stordire il maggior numero di persone: ciò che conta non è l’audience, ma la qualità del messaggio: “Dove sono due o più riuniti nel mio nome - dice il Signore - là sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). E dove sta scritto che se si è in pochi non si può vivere la dimensione di una fraternità schietta, non appiccicosa, ma intensa e cordiale?

Permettetemi perciò di mettervi in guardia da adesioni all’AC fatte solo per tradizione, per nostalgia, per una questione di immagine, ma lasciatemi anche dirvi di non aver paura di essere un ‘piccolo gregge” o un piccolo pugno di lievito.

+ Francesco Lambiasi, Vescovo

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