PANE E TULIPANI

 

Un bel film italiano! Pane e tulipani evoca uno spazio di intensa poesia, delicatezza, levità e fantasia. Il regista Soldini sa bene combinare gli elementi per farne una partitura gradevole, magari non profondissima, però vitale. 

La storia prende le mosse da una dimenticanza banale, "umana, troppo umana". La protagonista, in viaggio organizzato da Pescara a Paestum e ritorno con tutta la famiglia, si ferma un attimo di troppo all'autogrill e perde il bus, che parte senza di lei. I parenti, non particolarmente svegli, se ne accorgeranno parecchi chilometri più tardi. La sbadataggine del marito è il segno di un oblio più profondo verso la propria moglie, i suoi sogni, le sue piccole attese. Il lavoro di venditore di sanitari, cui è dedito, interrompe ogni cura amorevole verso la sposa. 

Quest'ultima, dapprima, si fa prendere dallo sconforto ma poi reagisce, prendendosi le "meritate" ferie dal ruolo di madre e moglie. Così, in un viaggio di formazione, giunge a Venezia, luogo del sogno incantato, dove le vocazioni sbocciano come... tulipani. Dapprima vive in una pensione, turbata da improbabili e onirici dialoghi con il figlio, il marito, la madre. Poi trova alloggio presso un gentile signore islandese (il grande Bruno Ganz che ha attraversato la filmografia wendersiana), poeta, nonno, che parla un italiano da ottocento. E che vuole farla finita con la vita. 

L'arrivo della giovane donna prima procrastinerà, poi allontanerà del tutto ogni ipotesi di suicidio. Intanto, nella cornice veneziana, splendidamente raccontata dal regista, la protagonista trova lavoro come fioraia, viene svegliata dalle cure del padrone di casa (che le prepara in tavola fiori freschi e pane caldo), ritorna a suonare la fisarmonica (simbolo di una vita ripresa in pugno), fa amicizia con la massaggiatrice vicina di casa, in breve: colora la propria quotidianità. 

Il finale da commedia è assicurato: benché lasci per qualche attimo con il fiato sospeso, è la naturale dipanatura della trama. Pane e Tulipani inneggia agli spazi di conquistata serenità e incantato buonumore, che aiutano a rendere vivibile la vita.

da "E ti vengo a cercare..." - Guida all'Attenzione Annuale 2000-2001
del Settore Giovani di AC

SCHEDA DEL FILM
a cura della Commissione Nazionale Valutazione Film della CEI

Genere: Commedia
nazionalità: Italia, 2000
regia: Silvio Soldini
interpreti: Licia Maglietta; Bruno Ganz; Marina Massironi; Felice Andreasi; Giuseppe Battiston.
durata: 115 min.

Giudizio: Discutibile/ambiguo***

Tematiche: Amicizia; Donna; Libertà; Matrimonio - coppia; Solidarietà-Amore;

Soggetto: Durante una gita turistica in pullman, Rosalba, casalinga di Pescara, viene dimenticata in un autogrill. Un po' offesa, invece di aspettare che marito e figli vengano a riprenderla, decide di tornare da sola a casa. Si trova però su un auto diretta a Venezia, dove lei arriva per la prima volta e sente di voler rimanere. Mimmo, il marito, non sa come comportarsi, finché scopre che Costantino, un suo dipendente, è un appassionato di libri gialli e allora lo spedisce a Venezia con il compito di ritrovare la moglie. Rosalba intanto ha trovato lavoro nel negozio di fiori di Eliseo, un anziano anarchico, e vive a casa di Fernando, uno strano signore di origini islandesi che fa il cameriere ed é un cultore dell' Orlando Furioso e della poesia in genere. Rosalba stringe inoltre amicizia con Grazia, vicina di casa, estetista e massaggiatrice, poi, sollecitata da Fernando, riprende anche a suonare la fisarmonica. Dopo varie peripezie Costantino riesce a trovarla ma nel frattempo ha conosciuto Grazia e i due si innamorano. Per Rosalba però la vacanza sembra ormai finita. Torna a casa alla vita di tutti i giorni con i problemi casalinghi e familiari. Un giorno a Pescara arriva Fernando che le fa una dichiarazione d'amore. Lei dice che ha marito e figli. Insieme vanno a ballare in una balera. Alla fine Rosalba gli dice: "Se ci dessimo del tu?". E si scambiano un rapido bacio.

Valutazione Pastorale: Giunto al suo quarto lungometraggio (dopo "L'aria serena dell'Ovest", "Un'anima divisa in due", "Le acrobate"), Silvio Soldini conserva lucida e intatta una particolare propensione per l'analisi introspettiva e intimista della confusa Italia contemporanea. Bello e amaro, insieme dolente e ironico, insolito nello spunto narrativo, suggestivo nel rincorrersi delle ambientazioni, il film ha il taglio di un mosaico che si ricompone sotto il segno dell'amore. Raccontato come una fiaba, senza badare ad una eccessiva coerenza realistica ma invece scavando nel disagio dello scontro tra sentimenti espressi e non esprimibili, il racconto é ricco di suggerimenti e suggestioni. Mentre si osservano con attenzione i pericoli che minano l'unità della famiglia, dall'altro lato l'occhio del regista cade sulla poesia, la musica, i fiori come luoghi e occasioni per superare le nevrosi quotidiane. Si parlava di fiaba prima, perché tutto potrebbe essere visto come un sogno della protagonista, una voglia di fuga dalla noia della vita di provincia. L'interrogativo se ci sia un giudizio morale nei confronti del matrimonio e del ruolo di madre può essere superato nell'ottica di una lettura del film che mette in primo piano l'amicizia e il sentimento come valori fondanti di riscoperta di se stessi e degli altri quando sembrano prevalere sconforto e disillusione. Forse rimane qualche dubbio, ma la delicatezza e la sensibilità dello svolgimento danno comunque sostanza e interesse al film. Dal punto di vista pastorale, lo si può valutare come discutibile, e ambiguo soprattutto nella parte finale.

Utilizzazione: il film è da utilizzare in programmazione ordinaria, e da recuperare in altre circostanze come proposta di film italiano ben fatto, ben girato, tematicamente ricco e visivamente coinvolgente.

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